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Ugo Marchisio

I morti causati dalla pandemia COVID-19 in Italia nel mese 15 agosto-16 settembre 2020 sono stati 253, pari ad una mortalità giornaliera di 8,4. Siamo ben lontani dai numeri a tre cifre di fine marzo. Se l’attuale trend continuerà a rimanere costante, avremo, d’ora in poi, un numero di morti in Italia per il nuovo coronavirus (SARS-CoV-2) intorno a 3.000 l’anno. Per confronto, i decessi annui dovuti all’influenza stagionale sono stimati, nell’ultimo quinquennio, intorno ai 14.500, dato grossomodo confermato sia estrapolando la media europea (15.000 circa) sia rifacendoci ad un calcolo dell’Istituto Superiore di Sanità (ISS),  che li pone in un range tra 5.000 e 10.000. Infatti il virus influenzale ha una letalità (percentuale di casi mortali sul numero totale di persone infettate) che non arriva allo 0,1%, molto inferiore a quella del SARS-CoV-2 che è dell’1% circa. L’influenza ha però ha una contagiosità molto maggiore, soprattutto nella fase presintomatica e nell’età infantile, riuscendo così ad infettare un numero enormemente maggiore di soggetti.

Come mai, allora, il coronavirus, anche ora che siamo passati da una fase epidemica disastrosa ad una fase endemica stabile e contenuta, suscita ancora un terrore enorme e ci fa continuare a prendere misure di contenimento pesantissime che non ci siamo mai sognati di prendere per l’influenza che pure ha sempre fatto più morti, colpendo in modo particolare, oltre gli anziani ed i soggetti “fragili”, anche i bambini?

La risposta è banale. All’influenza siamo abituati, sappiamo che fa danni, anche pesanti, ma è una presenza “familiare”, costante e scontata, cui siamo preparati. Il coronavirus, invece, è un mostro nuovo che ci ha riservato molte sorprese e che sembra sfuggire alle consuete regole biologiche ed epidemiologiche. L’informazione e le prese di posizione, anche da parte degli esperti medici, non sono state omogenee né – spesso – azzeccate; non parliamo poi delle decisioni dei politici.    Di conseguenza, anche ora che le cose vanno oggettivamente meglio e si è capito che con questo virus dobbiamo convivere adottando soluzioni sostenibili, il livello di ansia collettiva e la pretesa poco realistica di operare in assoluta sicurezza da parte dei decisori pubblici rimangono elevatissimi, al limite dell’isteria, per esempio in questo momento topico di riapertura della scuola, per alcuni genitori ed insegnanti.

Con questo nuovo virus dobbiamo convivere, dicevo, e probabilmente a tempo indefinito: non infetta solo l’uomo ed ha un serbatoio animale enorme, inoltre muta facilmente e un vaccino efficace – anche solo per un tempo limitato – resterà probabilmente una chimera. Il virus, mutando sembra però assumere caratteristiche decisamente meno aggressive, così come fecero in precedenza tutti gli altri coronavirus frutto di spillover (salto di specie), in particolare quello della SARS che più gli assomiglia.

Quindi abbandoniamo il miraggio dell’eradicazione e smettiamo di puntare all’obiettivo “rischio zero” che è assolutamente insostenibile. Dobbiamo onestamente ragionare in termini di riduzione percentuale del rischio: gli esperti biomedici devono dare informazioni precise ed i decisori valutare, ricercando il bene massimo dei cittadini, quali priorità darsi e quali soglie di rischio accettare nelle singole realtà. La scienza non è forse basata sull’evidenza di prove empiriche (la famosa EBM: evidence-based medicine) e la politica – come disse Bismark – non è forse l’arte del possibile?

Per esempio: possiamo riaprire le scuole in modo da farle effettivamente funzionare, dopo aver investito tutte le risorse possibili e immaginabili, con un livello sostenibile di sicurezza COVID-19 dell’80%: l’istruzione per i nostri ragazzi è un valore che giustifica il rischio residuo del 20%? La mia personale risposta è sì: riapriamo le scuole e corriamo quel (piccolo) rischio, ne vale la pena!

Ugo Marchisio

Possiamo riaprire le discoteche e tollerare la movida senza poter imporre le misure di protezione per cui il rischio reale, in queste situazioni, è del 90%? No, non ne vale la pena; e allora le lasciamo chiuse e ci inventeremo delle misure tampone di sostegno per chi vive su quei locali.

Questo modo di ragionare mi sembra corretto e responsabilizzante, mentre vedo percorrere molto più volentieri quello fuorviante di modificare, sul letto di Procuste della realpolitik o dell’economia, norme che dovrebbero essere univoche perché dettate da oggettive conoscenze scientifiche stra documentate. Per esempio la distanza di sicurezza tra le persone e la durata della quarantena. è assolutamente certo, fin dai tempi di Flügge, che i droplets infettanti arrivano certamente fino a 2 m di distanza (tossendo anche oltre i 6 m), ma che la quantità che supera tale distanza è quasi sempre irrilevante. Quindi non può essere oggetto di negoziazione la distanza “giusta” da tenere tra gli alunni, diversa da quella tra alunni e insegnante ecc. come se si trattasse di rinnovare un contratto di lavoro o di fissare il limite massimo di velocità in autostrada. è più corretto dire: se si vuole portare il rischio vicino allo zero, si deve stare almeno a 2 m di distanza; se è impossibile, bisogna indossare la mascherina. Lo stesso vale per il Presidente francese Macron che ha ridotto la quarantena: se si vuole rischio zero o quasi, deve rimanere di due settimane, a 10 giorni il rischio sarà 10-15%, a 7 giorni 20-25% ecc.

Se mi permettete di esprimere in pochi slogan il mio pensiero, posso concludere così:

  • Non posso avere certezze, non posso permettermi una sicurezza totale; posso però contenere molto il rischio, accettandone una % calcolata e socialmente condivisa.
  • Non è saggio continuare a ballare sul Titanic che affonda, ma neppure costruire muraglie cinesi per fermare anche le pulci.
  • Impariamo dagli Asiatici che si mettono la mascherina anche quando sono da noi come turisti e hanno solo un raffreddore, come gesto civile di attenzione a non contagiare gli altri. Hanno imparato molto dalla lezione della SARS…
  • Blocchiamo il disastro ecologico mondiale alla base di queste nuove epidemie da spillover (salto di specie): la prossima zoonosi potrebbe essere ancora peggiore del COVID-19…

 

Ugo Marchisio, – direttore sanitario e consulente pneumologo presso i poliambulatori del Gruppo Larc Torino, per 16 anni direttore della Medicina di Urgenza (Pronto Soccorso, Semi-intensiva e Reparto di Ricovero) dell’Ospedale Maria Vittoria di Torino, una lunga pratica con malati di ogni gravità. E’ anche impegnato nella cooperazione internazionale, nella bioetica e nella promozione delle persone anziane.

 

Author: Pier Carlo Sommo

Torinese, Laureato in Giurisprudenza, Master in comunicazione pubblica e Giornalista professionista. Dal 1978 si occupa di comunicazione e informazione nella pubblica amministrazione. Ha iniziato la carriera professionale presso la Confindustria Piemonte. Dopo un periodo presso l'Ufficio Studi e Legislativo della Presidenza della Regione Piemonte nel 1986 è diventato Vice Capo di Gabinetto e Responsabile Relazioni Esterne della Provincia di Torino Dal 1999 al 2020 è stato Direttore delle Relazioni Esterne e Capo Ufficio Stampa dell'ASL Città di Torino. Autore di saggi, articoli e ricerche, ha pubblicato numerosi volumi e opuscoli dedicati alla comunicazione culturale - turistica del territorio. È docente in corsi e seminari sui problemi della comunicazione e informazione presso le società di formazione pubbliche e private . Professore a contratto di Comunicazione Pubblica presso l'Università di Torino e Università Cattolica). È stato Segretario Generale dell'Associazione Italiana per la Comunicazione Pubblica e Istituzionale dal 2013 al 2020. Membro del Direttivo del Club di Comunicazione d'Impresa dell’Unione Industriale di Torino, dal 2005 al 2008 è stato Vice Presidente. Membro del Comitato Promotore dell' Associazione PA Social