Dario Gedolaro
In politica estera bisogna cercare di conciliare gli ideali, il diritto e gli interessi. E se non si può? E se gli ideali cozzano con il diritto internazionale? E se gli interessi in gioco sono tali da prevalere nettamente sul diritto e sugli ideali? Si tira in ballo l’Onu: ma quante volte l’Onu si è mostrato efficace e non paralizzato da veti incrociati anche in presenza di palesi violazioni dei diritti umani?

Sono domande che sorgono spontanee quando ci troviamo di fronte all’attacco Usa al Venezuela, col rapimento (perché di questo in parole povere si tratta) del suo presidente Nicolas Maduro e della moglie. Un blitz che, come dice Massimo Gaggi sul Corriere della Sera “ha una valenza geopolitica, con profondi impatti anche economici e sulla tenuta delle regole del diritto internazionale “. Partiamo da un presupposto: chi è senza peccato scagli la prima pietra. L’Europa? E che cosa fece con la Libia di Gheddafi? E il bombardamento di Sarajevo? La Cina? Ma per carità, basti pensare alle continue minacce contro Taiwan e alla repressione dei tibetani e di altre minoranze. Della Russia è inutile parlare, India e Pakistan ogni tanto se le danno di santa ragione, il Medio Oriente è una polveriera e poi stendiamo un pietoso velo sull’Africa. Insomma tutti pensano di essere nel giusto e accampano fior di argomenti per giustificare il proprio comportamento e stigmatizzare quello degli altri.
E allora? Forse che gli Stati Uniti non sostenevano di avere sufficienti ragioni per intervenire in un altro Stato? E di che Stato parliamo? Ecco due commenti di politici italiani che non possono essere sospettati di trumpismo: “Il rovesciamento di Maduro è una buona notizia per il popolo venezuelano afflitto da una feroce dittatura”, ha affermato Carlo Calenda, leader di Azione. E Benedetto Della Vedova, di +Europa, ha aggiunto: «L’allontanamento dal potere di un dittatore sanguinario e affamatore del suo popolo, aprendo la possibilità di un cambio di regime favorevole ai venezuelani e alle loro aspirazioni, è sacrosanto”. Certo entrambi si sono detti “preoccupati” per il modo in cui Trump è intervenuto.

Ma il soggetto – cioè Maduro – non era solo un autocrate che aveva mantenuto il potere falsando i dati elettorali (secondo l’ accusa degli osservatori internazionali), un incapace che aveva ridotto il più ricco Paese al mondo di riserve petrolifere in una nazione di milioni di affamati, a sentire gli americani era anche un narcotrafficante, o meglio un “narcoterrorista” (cioè si serviva della droga per destabilizzare gli Stati Uniti), così come la cerchia di militari che gli stava intorno e lo sosteneva. Accuse senza fondamento? Beh, non proprio, se è vero che due nipoti di Maduro dieci anni fa furono arrestati ad Haiti con 800 chilogrammi di cocaina dall’agenzia antidroga degli Stati Uniti (Dea). Una tegola pesantissima che rivelava l’esistenza di una rete di narcotrafficanti al vertice del governo venezuelano. Il politologo Ian Bremmer, fondatore e capo di Eurasia, che aveva previsto mesi fa l’intervento americano, spiega sul Corriere della Sera: “L’obiettivo era il Venezuela con le sue enormi riserve di energia, il narcotraffico, la massiccia emigrazione verso gli Stati Uniti”. E adombra che siano stati gli stessi vertici militari a consegnare Maduro agli Usa.
Certo il petrolio ha giocato un ruolo nella decisione di Trump, ma non si può ignorare la grave situazione socio/politica del Venezuela, un Paese gravemente impoverito, come dimostra la diaspora di venezuelani andati all’estero in cerca di protezione e di una vita migliore. Secondo i dati dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR), si tratta di circa 7,9 milioni di persone. Spesso se ne sono andate le migliori risorse, anche giovanili: ingegneri, specialisti in tecnologia, professionisti del marketing, della logistica e dell’edilizia, tutti profili qualificati. Un impoverimento culturale sociale e professionale gravissimo.

Questo il quadro desolante (e anche politicamente preoccupante per gli Usa viste le infiltrazioni di russi e cinesi) che spiega perché c’è anche un Venezuela che approva l’operazione militare. Il Premio Nobel per la Pace, Maria Corinha Machado, uno dei leader dell’opposizione a Maduro, ha affermato: “È l’ora della libertà, siamo pronti. A Gonzalez la presidenza” (Gonzalez è stato il candidato alla presidenza del Venezuela sconfitto dai brogli di Maduro).
Insomma, se a livello di diritto internazionale “il modo ancor m’offende” – per dirla con Dante – il colpo di testa di Trump non è stato del tutto inspiegabile e ingiustificato. E infatti una leader come Giorgia Meloni ha definito il blitz “legittimo” (al contrario della sinistra che si straccia le vesti). Ora però viene il difficile, perché si sa bene come siano complesse e contraddittorie molte società sudamericane. “Ci vorrà molto tempo e molto lavoro per stabilizzare il Paese, ricostruire le infrastrutture energetiche, ridare un ruolo centrale alle imprese americane”, commenta ancora Bremmer. Attendiamo dunque la seconda puntata di questo intrigo internazionale.


