Dario Gedolaro
C’è stato un periodo in Italia che è stato definito degli “anni di piombo”. Parliamo di un quindicennio fra il 1970 e il 1985, dunque circa mezzo secolo fa e in molti non li hanno vissuti o erano talmente giovani che non se li ricordano. E così ci sono osservatori e giornalisti che parlano senza avere contezza di quali furono i prodromi di quel terribile periodo che fece centinaia di morti e feriti per attentati “rossi” (in maggioranza) o “neri”. Ebbene, i prodromi furono le azioni dei movimenti estremisti di sinistra, i più agguerriti erano “Potere Operaio” e “Lotta Continua”. Cortei aggressivi e violenti, pestaggi nelle università degli avversari politici. Anche allora, come oggi, ci fu una classe intellettuale e politica che guardava con malcelata benevolenza a questi fenomeni giovanili. Per il Pci erano al massimo “compagni che sbagliano”. E così l’omertà era la regola.

Da quegli ambienti, però, nacquero le prime azioni terroristiche: Il 17 settembre 1970, furono fatte esplodere a Milano due taniche di benzina nei box di Giuseppe Leoni, direttore del personale della Sit-Siemens. Era l’esordio delle Brigate Rosse. Altri attentati furono fatti dai G.A.P. di Giangiacomo Feltrinelli, che morì due anni dopo proprio mentre minava dei tralicci dell’alta tensione. Il salto successivo furono i sequestri di persona, il primo delle Brigate Rosse a Torino. La mattina di lunedì 10 dicembre 1973 Ettore Amerio, direttore del personale della Fiat Mirafiori, viene rapito mentre esce da casa. Amerio sarà rilasciato dopo 8 giorni. Da lì in poi un crescendo di sequestri, di omicidi, di azzoppamenti, di attentati dinamitardi da parte di varie sigle del terrorismo rosso. Non passò molto che l’estrema destra neofascista rispose con altrettanta ferocia (attentati ai treni in particolare) e fu un macello. Alcune fra le più prestigiose firme del giornalismo tentennarono parecchio prima di riconoscere le responsabilità dell’estrema sinistra. Tanto che fra i giornalisti che non accettavano l’atteggiamento miope o giustificatorio di alcuni loro colleghi girava questa battuta: “Né con Bocca, né con Pansa, ma con l’Ansa”. E cioè con i puntuali resoconti della maggiore agenzia giornalistica italiana, che non mistificava certo i fatti, ma li riferiva nella loro cruda realtà, avendo fra l’altro informazioni di prima mano, poiché i gruppi terroristici telefonavano o mandavano volantini alle sue redazioni per rivendicare e “spiegare” le aggressioni.
Poi però una serie di fatti spalancò gli occhi a tutti. Torino purtroppo fu in prima fila. I terroristi uccisero il vice direttore de La Stampa, Carlo Casalegno, e ferirono il caporedattore della sede regionale della Rai, Franco Piccinelli, e il giornalista dell’Unità, Nino Ferrero. Poco dopo a Milano cadeva sotto i colpi di Prima Linea il giornalista Walter Tobagi. Ma siamo arrivati al 1980.
E’ una lunga premessa, ma che vuole far riflettere su alcune coincidenze del giorno d’oggi. Siamo evidentemente ancora – per fortuna – alla “fase uno”, quella dei cortei violenti e degli attentati alle cose (binari dei treni, cantieri della Tav, ecc.). ma quei lontani precedenti dimostrano che non è tanto peregrino temere il passaggio alla “fase due”, attentati alle persone.
Quindi gli esponenti delle istituzioni (parlamentari, consiglieri regionali, assessori comunali, ecc.) che vanno ai cortei organizzati da gruppi violenti (vedi Askatasuna) sono corresponsabili di “copertura” politica. Se i partiti cui sono iscritti non fossero anch’essi indulgenti con questi “giovani che sbagliano”, li avrebbero già espulsi.
Purtroppo anche in alcune delle maggiori testate giornalistiche italiane (Rai in testa) si sono fatti resoconti che a volte hanno messo sullo stesso piano gli aggressori e gli aggrediti (Forze dell’Ordine). Un giustificazionismo da parte di chi non ha vissuto e ignora quanto i colleghi più anziani hanno avuto modo di vedere in prima persona. E non fu una bella esperienza. A Torino quando si sentivano le sirene dei vigili del fuoco ululare nella notte si sapeva già che c’era uno stabilimento (quasi sempre della Fiat) in fiamme per un attentato terroristico.
Come detto, le prese di distanza furono tardive, nel Pci dopo l’attentato mortale al sindacalista della Cgil Guido Rossa, ma siamo già nel gennaio del 1979. E così è risibile che per l’ultimo corteo violento di Askatasuna a Torino si parli di partecipazione di una maggioranza di cittadini pacifici, perché questi cittadini pacifici sapevano benissimo che la manifestazione era stata indetta da un centro sociale che pratica da anni illegalità e violenza. Dunque un corteo in cui questi violenti non erano infiltrati, ma promotori.
Purtroppo, questi fatti coincidono con un livello dello scontro fra i partiti politici sempre più alto. E non è forse un caso, perché la stessa cosa avveniva 50 anni fa quando si imbastivano fantasiose teorie di colpi di stato autoritari organizzati dalla cosiddetta “destra”, che comprendeva anche gran parte dei partiti di governo e in particolare quello di gran lunga maggioritario, la Democrazia Cristiana, forza politica pacifica e semmai troppo portata alla mediazione.
Ma l’opposizione strillava su presunti pericoli per la democrazia e faceva un gran polverone, così come oggi lo solleva contro la maggioranza di centro-destra. Basti pensare alle accuse contro la riforma della giustizia che sarebbe lo sbocco di una deriva autoritaria da parte di un governo contemporaneamente accusato di non saper reprimere adeguatamente malfattori e violenti.
La leader del principale partito di opposizione (il Pd), Elly Schlein – che gli “anni di piombo” non ha vissuto ed evidentemente non si è documentata su di essi – strilla sulla volontà del governo di sottomettere i pm all’esecutivo, ma quali sarebbero le norme di legge che provocherebbero questa grave conseguenza. Forse la separazione delle carriere? Forse il sorteggio del Csm? Ma perché ? In quale modo?
E’ il sorteggio il vero inconfessabile punto di scontro, perché con esso si cerca di sottrarre il CSM all’influenza delle correnti, quindi all’influenza dei partiti, in questo caso in particolare dell’opposizione (oggi), che domani potrebbe diventare forza di governo.
Siamo al ”piove governo ladro”, con tanto di grancassa di alcuni autorevoli organi di stampa. Si cerca di sfruttare cinicamente al massimo l’idiosincrasia dell’elettore ai governi della seconda repubblica (Renzi se ne ricorda bene), nessuno dei quali è mai riuscito a bissare il successo.
Sullo sfondo echeggiano sinistramente le parole chiare della procuratrice generale di Torino, Lucia Mosti, sull’ “area grigia”, colta e borghese, che normalizza e tollera la violenza di piazza, e sul proselitismo che i gruppi estremisti fanno nelle scuole. Forse dimentichiamo che, al di là delle violenze di Askatasuna, in certi luoghi si è impedito di parlare a chi è alla destra del Pd: è accaduto al Salone del libro di Torino e all’università. Oppure si montano polemiche pretestuose e minacciose (sui social) contro un valente direttore d’orchestra e un comico, perché indicati come simpatizzanti della destra. Non è autoritarismo squadristico? Perché in questo caso nel mare magnum dei partiti di opposizione non ci si indigna? L’intolleranza tollerata dai cosiddetti tolleranti è in ogni tempo un brodo di coltura della violenza.


