Dario Gedolaro
“Povera e nuda vai, coerenza” , parafrasando il celebre sonetto di Francesco Petrarca, questa affermazione la si può utilizzare per definire il comportamento di una parte di esponenti politici della nostra sinistra e non di personaggi di secondo piano sulla riforma della giustizia, attualissima e vexata quaestio di questi giorni.
Il 22-23 marzo ci sarà il referendum. I partiti di opposizione al governo Meloni, in testa il PD, sono schierati per il NO. Ma se si ha un minimo di memoria storica –e non è facile averla fra strilli e grida – ci si ricorderebbe che alcuni esponenti di questo fronte solo qualche anno fa la pensavano in modo diverso. Nel 2019 l’attuale responsabile Giustizia del Pd, Debora Serracchiani, firmò, insieme a una dozzina di deputati e senatori dello stesso partito tuttora in carica, una mozione congressuale, quella a nome di Maurizio Martina, che sul tema della giustizia diceva testualmente: “Il tema della separazione delle carriere appare ineludibile per garantire un giudice terzo e imparziale”.
Oibò, si saranno sbagliati, peccato che anche su un altro dei punti centrali della riforma, “L’Alta Corte di giustizia”, l’incoerenza del Pd emerga palese. Siamo nell’ottobre del 2021 e il PD, con Anna Rossomando, Luigi Zanda, Franco Mirabelli, Dario Parrini e Monica Cirinnà, depositò in Senato una proposta per l’istituzione di un’Alta corte a cui affidare il controllo sui provvedimenti disciplinari adottati dal Consiglio Superiore della Magistratura e anche dagli organi di autogoverno della magistratura amministrativa, contabile, militare e tributaria, nonché sui provvedimenti che riguardano la carriera dei magistrati. In altre parole: ciò che oggi viene raccontato come azzardo, ieri veniva rivendicato come necessità.

Allargando lo sguardo all‘ intero fronte del No, vediamo che anche altri paladini non brillano per coerenza. Nino Di Matteo- già Consigliere togato (indipendente) del CSM–nel 2019, come ricordato dal ministro Carlo Nordio, sosteneva che “l’appartenenza a una cordata è l’unico mezzo per fare carriera e avere tutela quando si è attaccati e isolati” e nel denunciare “la degenerazione clamorosa del correntismo”, la giudicò “simile alla mentalità e al metodo mafioso”. Per scardinare questo sistema, diversi importanti esponenti e autorevoli sostenitori oggi del No suggerirono tra il 2019 e il 2021 di utilizzare un sistema che suona di grande attualità: il sorteggio.
“Se vuoi sbaragliare le correnti è inutile mettersi a fare tic tic toc toc. Devi mettere una riforma costituzionale che sorteggia i membri del Csm: non ci sono alternative”, disse il 7 giugno 2021 Marco Travaglio, direttore del Fatto quotidiano, e aggiunse: “Questo però lo devi fare con una riforma costituzionale, io penso che sia l’unica soluzione. l’hanno già cambiato 80 volte il sistema elettorale del Csm e le correnti hanno sempre trovato il modo di ficcarci il becco”. La stessa posizione che prese il procuratore di Napoli Nicola Gratteri, quello che oggi accusa i favorevoli alla riforma di essere persone poco raccomandabili. Nel settembre del 2021, alla festa del Fatto quotidiano, spiegò le ragioni per cui al sorteggio del Csm non ci sono alternative per battere il correntismo. “Penso che per modificare il Csm, per ridurre lo strapotere delle correnti, il sistema migliore sia il sorteggio. Serve il sorteggio puro, anche a costo di cambiare se è necessario la Costituzione”.
Insomma, è evidente che l’opposizione al governo di centro destra vuole fare del referendum un grimaldello politico per un ribaltone. E così si suona la grancassa approfittando dello spazio che viene dato ai sostenitori del No sui mass media. Gli stessi mass media che hanno passato quasi sotto silenzio il fatto che alcuni esponenti non di secondo piano della sinistra (e in particolare del PD) sono per il Sì: a cominciare dall’eurodeputata e leader dell’opposizione interna alla Schlein, Pina Picerno. E poi Augusto Barbera, Marco Minniti, l’ex magistrato Antonio Di Pietro, Stefano Ceccanti, Raffaella Paita.
E allora diciamola tutta: può vincere il sì o il no, ma tutto questo allarme sulla tenuta democratica del Paese, sul rischio di un’Italia “modello Trump o Orban”, come ha detto nei giorni scorsi la segretaria del PD Elly Schlein, è un teatrino poco credibile. Sarà vero che con la riforma l’efficienza della magistratura non migliorerà, né miglioreranno i tempi lunghi della giustizia italiana, ma certo se vince il Sì non si tratta di uno sconvolgimento costituzionale e forse qualcosa di buono potrebbe venirne.


