Pier Carlo Sommo
Per chi non è piemontese può essere difficile chiaramente identificare il Canavese, un territorio che inizia alle porte di Torino. Non esiste un confine amministrativo ufficiale e univoco del Canavese, perché è una regione storico-geografica del Piemonte settentrionale. I suoi confini possono essere individuati, in linea generale, nella Valle d’Aosta a nord, nelle montagne del Gran Paradiso e delle Levanne a ovest, nel corso del Po a sud e nella Serra d’Ivrea a est.

Il territorio presenta così una forma approssimativamente triangolare, passando dalle alte montagne alpine alle colline e infine alla pianura. Nel cuore del territorio sorge Ivrea, che può essere considerata la capitale storica e culturale, è la città attorno alla quale si sono intrecciate per secoli le principali vicende del Canavese.
Anche nella lingua il Canavese conserva una propria identità: le parlate canavesane, pur appartenendo al gruppo piemontese, presentano caratteristiche fonetiche, lessicali e grammaticali che le distinguono dal dialetto torinese. Il canavesano non si distingue dal torinese soltanto per alcune parole, ma anche per il suono della lingua. Dove il piemontese comune presenta forme come fàit (fatto), nel Canavese si può incontrare fêt; la negazione nen può diventare nin o gnin e gli infiniti conservano spesso la “r” finale (es. cantare: canter – cantè). Non esiste però un unico canavesano: la parlata cambia, talvolta sensibilmente, da un paese all’altro.
Tra montagne, colline, laghi e pianure, il Canavese è una delle aree più affascinanti del Piemonte. Un territorio dalla geografia sorprendentemente varia, ma soprattutto una terra che conserva le tracce di una storia antichissima: dai primi insediamenti preistorici ai Salassi, dalla conquista romana al Medioevo, fino alle rivolte popolari e all’arrivo di Napoleone.
Il Canavese è un territorio tra Alpi, fiumi e laghi dove il paesaggio cambia continuamente: dalla pianura meridionale si passa alle colline e poi alle montagne, mentre il territorio è attraversato da quattro corsi d’acqua principali: Dora Baltea, Chiusella, Malonee Orco, detto “Eva d’Or” (“acqua d’oro” perché ancora oggi si trovano pagliuzze d’oro). Il Canavese è terra d’acqua. Le antiche glaciazioni hanno lasciato in eredità numerosi laghi morenici, tra cui Viverone e Candia e, attorno a Ivrea, i suggestivi Cinque Laghi: Sirio, San Michele, Pistono, Nero e Campagna.

Il territorio è stato profondamente modellato dalle glaciazioni. A quel periodo risale anche la spettacolare Serra d’Ivrea, che è una grande formazione morenica che separa il Canavese dal Biellese. La varietà geografica ha contribuito a rendere il Canavese una terra ricca non soltanto dal punto di vista naturale, ma anche umano e storico.
Ma da dove viene il nome “Canavese”? Anche il nome del territorio nasconde un piccolo mistero. In epoca romana la zona era conosciuta come Ager Salassorum, cioè la terra dei Salassi. Il nome Canavese compare invece nei documenti medievali in diverse forme, tra cui Canapicio, Canapitio, Canavasio e Canavisio. Sulla sua origine esistono diverse interpretazioni. Una lo collega a una leggendaria e scomparsa città di Canava; un’altra ai termini attribuiti alla lingua dei Salassi can e ava, riferiti a un luogo legato all’acqua. La tradizione popolare, invece, associa il nome alla coltivazione della canapa, attività che in passato ebbe una certa importanza nell’economia locale.
Le origini della presenza umana nel Canavese si perdono in tempi remotissimi. La storia che inizia nella preistoria. Numerosi ritrovamenti testimoniano inoltre la presenza di insediamenti molto antichi: tracce di abitazioni preistoriche sono state individuate a San Martino Canavese, mentre in altre località sono emersi resti di villaggi palafitticoli, armi litiche, vasellame e strumenti di lavoro.
Intorno al V secolo a.C. arrivarono nel territorio i Salassi, popolazione celtica proveniente dalla Gallia. Erano abili nella lavorazione dei metalli, nell’agricoltura e nella pastorizia e sfruttavano le risorse minerarie della zona, tra cui ferro, oro, argento, rame e piombo. La loro resistenza all’espansione romana durò a lungo, ma intorno al 25 a.C. il territorio venne definitivamente assoggettato. Con Roma acquistò particolare importanza Eporedia, l’attuale Ivrea, situata in una posizione strategica lungo la strada verso le Gallie.

La dominazione romana sul Canavese durò più di cinque secoli. Dopo la caduta dell’Impero romano il territorio conobbe il passaggio di diverse popolazioni e dominazioni: Eruli, Ostrogoti, Longobardi e infine Franchi. Con il progressivo sviluppo del sistema feudale nacquero numerose signorie locali. In questo scenario emerse una delle figure più importanti della storia canavesana: Arduino, fu re d’Italia dal 1002 al 1014. Un personaggio destinato a lasciare un segno profondo nella memoria del territorio, le sue spoglie riposano nella cappella del castello di Masino.
Nei secoli successivi si affermarono alcune importanti casate, tra cui Valperga, Masino, Rivara, San Martino e Castellamonte, legate alla storia dei cosiddetti Conti del Canavese. La frammentazione dei feudi, provocò rivalità e conflitti che indebolirono progressivamente il potere delle famiglie locali e favorirono facilitando gli interventi degli Aleramici e dei Savoia.
Uno degli episodi più significativi della storia medievale canavesana fu la rivolta dei Tuchini, secondo una tradizione molto diffusa in Canavese, il nome Tuchini deriverebbe dall’espressione dialettale “tucc-un”, cioè “tutti uniti” o “tutti uno”. L’etimologia è tuttavia controversa: il termine potrebbe avere origini transalpine ed essere collegato alle denominazioni utilizzate per analoghi movimenti di rivolta nella Francia medievale. sono documentate forme come tuchien e atouchinement, riferite a movimenti insurrezionali francesi. Le pesanti imposizioni e le angherie feudali alimentarono il malcontento di contadini e montanari, fino a provocare una vera insurrezione. Tra il 1386 e il 1387 la rivolta si estese nel territorio, con attacchi ai castelli e scontri contro la nobiltà. Nel 1387 si arrivò a un accordo di pace a Ivrea, che contribuì a ridefinire i rapporti tra le comunità locali e il potere signorile.

Tra Seicento e Settecento guerre, epidemie e passaggi di eserciti colpirono duramente il Piemonte e il Canavese. Alla fine del XVIII secolo arrivarono i francesi con le nuove idee e le nuove leggi nate dalla Rivoluzione. L’occupazione incontrò però una forte opposizione da parte di una popolazione già provata da guerre e difficoltà economiche. Nel 1799 entrò in scena la cosiddetta Massa Cristiana, guidata da Branda de Lucioni che combatté contro i francesi e riuscì temporaneamente a occupare gran parte del territorio. Con l’inizio dell’Ottocento le tensioni continuarono. Dopo la vittoria napoleonica di Marengo, nuove insurrezioni interessarono il Canavese. I contadini organizzarono ancora imboscate e attacchi agli occupanti francesi.
Il 16 aprile 1814 i francesi lasciarono il Canavese. Poche settimane più tardi Vittorio Emanuele I fece ritorno nei territori piemontesi. Da quel momento la storia locale si intrecciò sempre più strettamente con quella del Piemonte e, successivamente, dell’Italia.
L’Ottocento e il Novecento portarono industrie, nuove attività artigianali, sviluppo agricolo, strade, edifici e trasformazioni urbanistiche. Il progresso cambiò profondamente il volto del territorio, causando però anche la perdita di parte del patrimonio storico più antico.
Visitare oggi il Canavese significa attraversare secoli di storia. Dietro un castello, una chiesa, un antico borgo o una strada di campagna possono nascondersi le tracce dei Salassi, dei Romani, dei feudatari medievali o delle rivolte contadine. È proprio questa sovrapposizione di natura, storia e memoria a rendere il Canavese qualcosa di più di una semplice area geografica: un territorio che continua a raccontare il proprio passato attraverso il paesaggio che vediamo ancora oggi.


