Dario Gedolaro
La rivoluzione dell’ ”asilo Mariuccia”. Così si potrebbero definire i disordini avvenuti in questi giorni in alcune delle principali città italiane. Ragazzini, appena usciti dall’età infantile, alcuni di soli 12-13 anni, in gran maggioranza italiani di seconda generazione (cioè figli di extracomunitari) ne sono stati i protagonisti. Finalmente anche i maggiori mass media iniziano ad aprire gli occhi. Dopo avere sbeffeggiato il “torpore” italiano rispetto ai tumulti e alle proteste di Francia e Spagna, si sono resi conto che stiamo importando la mentalità dei “casseur” francesi: “Spacca tutto e arraffa”.
Basta leggere le cronache di Corriere della Sera e Stampa. I problemi sono la scuola, il lavoro, la casa, la sanità? Non contiamoci delle frottole e non facciamo come quegli insegnanti (pochi), che hanno dato una copertura ai teppisti, sfilando con loro. Non siamo neppure ai giovani antagonisti dei Centri Sociali, che, però, secondo la procuratrice del Tribunale dei Minori del Piemonte, Emma Avezzù, sono i “cattivi maestri” che “strumentalizzano ragazzi fragili”, insomma mandano allo sbaraglio i cosiddetti “maranza” delle periferie urbane. Disadattati? Non pare neanche troppo: “Normoinseriti con una vita che non presenta ombre”, dice ancora Avezzù, parlando della propria esperienza. Allora? Protestano perché non si possono permettere scarpe, giubbotti, maglie firmate (il telefonino ce l’ hanno tutti) come molti loro coetanei . Altro che comunismo, è il consumismo più bieco. E quindi diventano un miraggio le vetrine scintillanti dei centri storici che vengono saccheggiate. E’ capitato a Torino, Bologna e, ancor più, a Milano.
L’immigrazione straniera porta con sé, nei quartieri popolari, problemi di convivenza (niente di strano o imprevisto, li avevano causati anche gli italiani emigrati a inizio Novecento negli Stati Uniti). Chi conosce i Paesi di Africa, Medio Oriente, ma anche del Sud America, sa quale basso livello di senso civico vi alberga in molti: i rifiuti si buttano dove capita, si inquina, le tasse non si pagano, i contratti di lavoro non si rispettano, le case sono fatiscenti (basti pensare alle grandi favelas), delinquere non è un grave stigma sociale. Ma se si dicono queste ovvietà, si passa per razzisti. E allora sgombriamo il campo: l’immigrazione straniera serve, eccome, in un Paese che non fa più figli e che certi lavori non li vuole più fare. E poi i veri problemi li causano le seconde generazioni, non disposte a fare i sacrifici fatti dai padri (come li fecero i nostri padri o nonni del boom economico).
Ma per favorire la convivenza non serve costruire nuove scuole o abbellire quelle esistenti, come si sente dire. C’è una materia scolastica che dovrebbe invece avere la priorità ed è relegata all’ultimo posto: si chiama educazione civica, fatta da insegnanti che sentano la responsabilità di “educare” con umanità, ma anche con fermezza. Sono in maggioranza, si diano da fare e si facciano sentire.
Certo a molti fa comodo agitare le acque: alcuni sindacati degli insegnanti che pescano nel torbido perché sperano di ottenere altri aumenti salariali, dopo quelli che già hanno ottenuto; i soliti agit prop di Avs, i populisti di M5S, la Cgil di Maurizio Landini, che si prepara allo sbarco in politica e spera di dare una spallata alla Meloni (ma anche alla Schlein), e, spiace dirlo, quella parte maggioritaria del Pd che va dietro a Elly Schlein. Dal maggior partito di opposizione ci si aspetterebbe più senso dello Stato, che poi vuol dire difendere il sistema democratico. Altrimenti cresceranno quelli che ritengono “la democrazia il sistema che ottiene il minimo risultato col massimo sforzo”, come diceva il fascista Giuseppe Bottai.
Irresponsabilità. Anche un anno fa quando nelle piazze in Italia si svolsero le manifestazioni per Gaza, ci furono atti vandalici,. Oggi Federico Fubini, sul Corriere della Sera, arriva a scrivere che quella “collera” era giustificata dal fatto che i manifestanti “in qualche modo si stavano identificando con loro come vittime; non vittime della guerra, ovviamente, ma nel caso dell’Italia di una condizione economica sempre più difficile”. Francamente siamo ai soliti eccessi giustificatori. Anche perché un anno fa l’inflazione non aveva ancora rialzato la testa come adesso. Si badi bene, certe categorie oggi sono veramente in difficoltà, ma parliamo di autotrasportatori e agricoltori, non di ragazzi delle scuole o di autoemarginati dei Centri sociali.
Ora, forse, ci si rende conto che i diritti civili non sono i capricci civili di minoranze tutto sommato agiate ed edoniste, ma che i bisogni della gente sono altri e che per tutelarli bisogna intervenire non sfilando e ballando su un carro del Gay Pride. Bisogna aiutare le fasce deboli, dicono tutti, ma i sindaci di sinistra non sembrano avere fatto politiche poi così tutelatrici: pensiamo a Beppe Sala che a Milano ha favorito solo l’edilizia per ricchi o super ricchi e a Stefano Lo Russo che a Torino ha speso160 milioni di euro del PNNR per una nuova biblioteca civica, di cui non si sentiva tutta questa urgenza. E le case popolari? Gli interventi nelle periferie urbane, terra di disagio e di spaccio? Certo il governo di centro destra è in difficoltà, ma come gli omologi di centro sinistra e di sinistra di Francia e Spagna.
Si gioca allo sfascio, quando si sa benissimo che l’aumento dell’inflazione e, quindi, dei prezzi e, quindi, del disagio economico di una parte della popolazione, è dovuto esclusivamente al caro energia causato da due guerre che l’Italia, come molti altri Paesi, subisce impotente. E allora ci vorrebbe una maggiore concordia istituzionale per trovare vie d’uscita anche attraverso l’ Ue, ed invece i toni sono da perenne campagna elettorale.


