Dario Gedolaro
Era inevitabile. Più si avvicina la data del referendum sulla riforma della giustizia (22-23 marzo), più si cerca la rissa, ma questa volta la colpa è soprattutto di una parte: quella che vorrebbe far prevalere il No. Lo dimostrano le affermazioni del procuratore di Napoli, Nicola Gratteri: “”Voteranno per il sì indagati, imputati, massoneria deviata e centri di potere che non avrebbero vita facile con una giustizia efficiente“.
Una dichiarazione che non poteva non suscitare reazioni da parte dei rappresentanti del governo di centro-destra, che della riforma è il paladino. E così altra benzina sul fuoco, con il ministro della Giustizia, Carlo Nordio, che usa parole caustiche: “Mi domando se l’esame psico-attitudinale che abbiamo proposto per l’inizio della carriera dei magistrati non sia necessario anche per la fine della carriera“. Persino uno solitamente equilibrato come il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, ha avuto parole dure, definendo l’uscita di Gratteri come “un inaccettabile attacco alla libertà” e aggiungendo che “minacciare e aggredire chi la pensa in maniera diversa è veramente antidemocratico“. L’interessato non ha fatto un passo indietro, ma questa volta è stato criticato persino dall’interno della sua categoria. In una presa di posizione, 51 magistrati si scusano “con i cittadini che si sono sentiti oltraggiati” dalle affermazioni del procuratore. Poi l’affondo: “Aumentano le adesioni dei magistrati che votano sì, ci indaghi tutti signor Gratteri”.
Dall’opposizione non si nasconde più che l’obiettivo del No al referendum è soprattutto politico, con in testa la segretaria del Pd Elly Schlein, che – non sapendo, come al solito, andare oltre agli slogan – afferma: “Non vogliamo in Italia né il modello Orban né quello Trump”. Se si vuole riferire a un possibile controllo della magistratura da parte del governo, la Schlein è fuori strada: la riforma non ha nessun elemento che vada in questa direzione.
E così non si entra nel merito delle questioni, le quali pongono soprattutto due domande: e’ vero c
he le carriere unite fra pubblici ministeri e giudici mettono i primi in una posizione di vantaggio perché, come dice l’Unione delle Camere Penali, l’appartenenza ad un unico ordine rende egemoni i pubblici ministeri sui giudici? E’ vero che le correnti dei magistrati si spartiscono di fatto le elezioni dei giudici togati nel Consiglio Superiore della Magistratura, potendo in questo modo condizionare carriere e sanzioni disciplinari?
Se si potesse ragionare con lucidità, si prenderebbe anche in considerazione il fatto che l’unitarietà della organizzazione tra giudici e pubblici ministeri (pm) fu voluta e difesa dal fascismo, perché come scrisse Dino Grandi a Mussolini: ” Superata la distinzione, fondamentalmente erronea, tra i “poteri” dello Stato e subentrata la concezione di una differenziazione di funzioni, non sarebbe più concepibile in uno Stato moderno una netta separazione tra magistratura requirente, partecipe della funzione esecutiva, e magistratura giudicante, da quella nettamente distinta” .Ovviamente, quando il guardasigilli dell’epoca faceva riferimento allo “Stato moderno” aveva in mente l’ordinamento fascista ed è superfluo dire che il magistrato che aveva in mente Grandi era organico a uno Stato autoritario e non liberale.
Ma se l’obiettivo è dare una “spallata” al governo Meloni, al centro sinistra non resta che buttarla in politica. Lo dimostra chiaramente il sondaggio di Antonio Noto e di Alessandra Ghisleri per Porta a Porta. Secondo Ghisleri, nel giro di pochi giorni il 25% degli elettori del Partito democratico favorevoli alla riforma si è asciugato fortemente, virando verso l’astensione o il No perché è cambiato il clima politico. Secondo Noto, i Sì sarebbero ancora in vantaggio per 53 a 47.
Ma mentre il 75% di quelli che votano Sì lo fanno perché condividono i contenuti della riforma e soltanto il 25% vota per sostenere il governo, sul fronte del No il 70% degli elettori vuole esprimere dissenso nei confronti di Meloni e solo il 30% boccia la riforma. L’aspetto paradossale è che quando si chiede al campione un giudizio sulla istituzione di due distinti consigli superiori della magistratura il rapporto tra favorevoli e contrari è di 51 a 29, che sale a 52 contro 27 quando si parla dell’Alta corte di giustizia disciplinare. Con un’adesione forte da parte dei simpatizzanti di Azione e Italia viva e una tutt’altro che trascurabile nel Pd.


