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Paola Claudia Scioli

#Italiaunicaqui – Non c’è una spiegazione razionale ma, superata la piazza del borgo antico di Celleno (Viterbo) e iniziato il percorso sulle passerelle tra le rovine del paese, mi sono sentita catapultata indietro nel tempo a quel luglio 1984 in cui ho visitato il sito di Harran nella Turchia sud-orientale, città dell’antica Mesopotamia dalla quale rimasi stregata. Quest’estate è successa la stessa cosa nella piccola località della Tuscia viterbese recentemente inserita tra i 25 più affascinanti borghi fantasma d’Italia grazie ad un articolo della testata The Telegraph, che ce l’ha fatta scoprire. La sua posizione strategica fra Civita di Bagnoregio e il Lago di Bolsena, ad appena un’ora in auto da Roma e vicino a Orvieto, al confine con la Toscana, distrae l’attenzione del viaggiatore.

Paola Claudia Scioli

Senza la passione e la dedizione di alcune persone del posto, che non si sono rassegnate a far cadere questa località nell’oblio, il paese sarebbe diventato un cumulo di macerie e sarebbe inesorabilmente scomparso. Martoriata da numerosi smottamenti e terremoti nel corso dei secoli e soprattutto a partire dagli anni ’30 del Novecento, dopo la Seconda Guerra Mondiale Celleno era diventato un luogo pericoloso per i suoi abitanti. Talmente pericoloso che l’allora presidente della Repubblica Luigi Einaudi nel 1951 emanò un’ordinanza che obbligava i cellenesi a lasciare le proprie case per trasferirsi verso una località più sicura a 1,5 km dall’antico villaggio. Non fu però così semplice sradicare chi qui aveva le sue radici: molti hanno continuato a tornarci, trasformando le case in stalle e baracche. Tanto che nel 1962, il continuo movimento, considerato pericoloso per l’incolumità della gente, convinse le autorità a prendere una decisione drastica: minare il paese nella parte contrapposta al Castello Orsini.

Da allora il Borgo di Celleno divenne progressivamente “fantasma”, disabitato, con le sterpaglie che si impossessarono delle strutture sopravvissute e senza alcuna attrattiva  turistica. E così è rimasto fino al 2018 quando i cellenesi si sono attivati per valorizzare nuovamente le proprie radici. Estirpate le erbacce, misero in sicurezza i ruderi, crearono passaggi pedonali tra gli antichi

Celleno (VT) pareti di edifici crollati

edifici e, cosa più importante, iniziarono a segnalare sulla strada principale la presenza del “Borgo Fantasma”. Sempre più turisti, magari di ritorno da Civita, iniziarono a fermarsi. Contemporaneamente sui social comparvero le prime foto e recensioni delle visite.  Così, a piccoli passi, con il costante aumento dei visitatori, il caratteristico Borgo fantasma dell’antica Celleno ha iniziato ad essere sempre meno “fantasma”. E attualmente è entrato tra “i luoghi del cuore” del FAI, il Fondo Ambiente Italiano.

Nel visitare Celleno Antica – il nome sembrerebbe derivare da “cella” intesa come grotta, di cui il sottosuolo sarebbe ricco come ovunque nel viterbese – si è colpiti dalle calde sfumature tendenti all’ocra del materiale tufaceo usato nella costruzione delle case, ora per lo più diroccate. Le stesse case  formano il nucleo centrale del borgo, particolarmente suggestivo e spettrale, soprattutto quando è avvolto in nubi temporalesche. Non stupisce che il regista Luigi Comencini abbia scelto questo luogo come set per alcune riprese della sua produzione “La luna nera”. Alcuni ritrovamenti archeologici nell’area del castello, attribuiti al periodo tardo etrusco (IV-III sec. a.C.), fanno pensare che anche questa fosse una delle numerose rocche etrusco-romane delle quali è disseminato il viterbese, anche se l’assetto urbanistico che vediamo ora è chiaramente di epoca medievale.

Celleno (VT) Salita alla rocca

L’abitato – o meglio quello che rimane – abbarbicato su una roccia di tufo, ricorda i nuclei fortificati sorti tra il X e l’XI secolo per opera dei Conti di Bagnoregio, che per qualche decennio mantennero il dominio su questo territorio, almeno fino a quando non arrivarono i viterbesi desiderosi di espandersi nella valle del Tevere. In questo periodo, un gruppo di abitazioni erano concentrate sulla parte terminale dello sperone tufaceo, cinto da mura e protetto da rupi su tre lati e da un fortilizio con una grande torre posto a guardia dell’unica via d’accesso.  Qui si trovava concentrata la maggior parte della popolazione.

Al borgo, uno dei pochi agglomerati realmente disabitati, si accede da piazza del Mercato, tramite una rampa (via del ponte) che conduce sotto Porta Vecchia. Superata la porta si apre la piazza, intitolata a Enrico Castellani, l’artista che ha vissuto nel castello Orsini dal 1973 fino al giorno della sua morte (1 dicembre 2017) e che lo ha parzialmente recuperato. La fortezza originaria è stata edificata nel 1026 quando Corrado II Il Salico concesse il territorio circostante alla famiglia Conti di Bagnoregio, che ne fece un avamposto strategico per il controllo della zona. Il Castello Orsini che vediamo oggi, frutto di rimaneggiamenti in epoche successive e in gran parte distrutto da vari terremoti, è la costruzione meglio conservata

Celleno (VT)_mostra della vita contadina

all’interno del borgo. È circondato da un fossato e si può raggiungere tramite una strada. Da qui si possono ammirare le arcate del ponte che porta all’entrata. All’interno si trovano gli ambienti, non tutti visitabili, del castello articolato in varie strutture affiancate una all’altra in modo da seguire l’andamento del terreno. Proprio nei settori non visitabili una serie di cunicoli mettono in comunicazione i vani tra loro. Questi cunicoli, di cui è difficile stabilire il numero e l’esatta posizione a causa delle varie demolizioni nel corso dei secoli, sono spesso inaccessibili. Molti sono nascosti dalla vegetazione cresciuta tra i muri crollati.

Celleno (VT) His Master Voice Grammofono

Nella stessa piazza si trovano il campanile dell’ex parrocchia a pianta quadrangolare, costruito con materiale tufaceo, e la Chiesa di San Carlo (XVII secolo), della quale restano solo le mura e un portale in basaltina. All’interno è stata allestita una curiosa esposizione a cura di Mario Valentini “Le macchine parlanti. Mostra permanente d’incantesimi meccanici per un’esperienza sensoriale e culturale unica”, ben integrata con l’ambiente circostante. Le storie che racconta sono singolari, come quella dell’etichetta discografica His Master’s Voice (La Voce del Padrone). Il celebre marchio rappresenta un Jack Russell Terrier intento ad ascoltare i suoni provenienti dalla tromba di un grammofono (in realtà era un fonografo, così come è stato riprodotto nel dipinto originale). Venne concepito e realizzato da un pittore di Liverpool, Francis Barraud. Alla morte del fratello Mark, Barraud aveva ricevuto un cane di nome Nipper e un fonografo con molti cilindri su cui era incisa la voce di Mark. Pare che Nipper fosse effettivamente solito ascoltare la voce del suo defunto padrone nella posizione ritratta da Barraud. Il quadro, intitolato His Master’s Voice, fu acquistato nel 1899 dalla società Gramphone a scopo pubblicitario, e divenne poi il marchio dell’etichetta discografica. A titolo di gratitudine, Barraud ricevette dalla società un lascito pensionistico annuo di circa 30.000 lire, durato fino alla sua morte.

Celleno (VT) Capra tra i ruderi

Uscendo dalla mostra e percorrendo l’antica via Maggiore, ora sentiero, appare un ampio panorama sulla Valle dei Calanchi fino a scorgere il monte Soratte, nei giorni più tersi. Tutto intorno alle passerelle ruderi, pareti di case disabitate con finestre simili a sipari, grotte, cantine, attrezzi agricoli abbandonati e ambienti dove è stata ricostruita la vita di quando il borgo era abitato. Solo poche capre razzolano tra i ruderi alla ricerca di cibo, acqua e ombra: loro non se ne vogliono proprio andare.

Author: Pier Carlo Sommo

Torinese, Laureato in Giurisprudenza, Master in comunicazione pubblica e Giornalista professionista. Dal 1978 si occupa di comunicazione e informazione nella pubblica amministrazione. Ha iniziato la carriera professionale presso la Confindustria Piemonte. Dopo un periodo presso l'Ufficio Studi e Legislativo della Presidenza della Regione Piemonte nel 1986 è diventato Vice Capo di Gabinetto e Responsabile Relazioni Esterne della Provincia di Torino Dal 1999 al 2020 è stato Direttore delle Relazioni Esterne e Capo Ufficio Stampa dell'ASL Città di Torino. Autore di saggi, articoli e ricerche, ha pubblicato numerosi volumi e opuscoli dedicati alla comunicazione culturale - turistica del territorio. È docente in corsi e seminari sui problemi della comunicazione e informazione presso le società di formazione pubbliche e private . Professore a contratto di Comunicazione Pubblica presso l'Università di Torino e Università Cattolica). È stato Segretario Generale dell'Associazione Italiana per la Comunicazione Pubblica e Istituzionale dal 2013 al 2020. Membro del Direttivo del Club di Comunicazione d'Impresa dell’Unione Industriale di Torino, dal 2005 al 2008 è stato Vice Presidente. Membro del Comitato Promotore dell' Associazione PA Social