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Dario Gedolaro

Casi Beatrice Venezi e Nicole Minetti. Che cosa hanno in comune le vicende della direttrice d’orchestra che è stata licenziata dal Teatro La Fenice e l’ex “favorita” di Silvio Berlusconi? Apparentemente nulla, ma in concreto molto. E’ il molto riguarda il brutto vizio di una certa sinistra (ma è proprio sinistra quella che si autodefinisce tale?) di strumentalizzare situazioni e vicende per fini puramente politici. Alla faccia del garantismo, della tolleranza e via discorrendo. D’altronde, è la sinistra che si schiera con i Pro Pal, sostenitori di due movimenti terroristici come Hamas e Hezbollah (persino l’Unione Europea considera l’ala militare di questo gruppo un movimento terroristico).

Vite nella tempesta

Ma torniamo a Venezi e Minetti. La prima paga la colpa di avere un padre molto di destra (Forza Nuova) e di non avere mai nascosto le sue simpatie per Giorgia Meloni e Fratelli d’Italia. Una colpa irrimediabile per l’egemonia che la sinistra vuole mantenere nel mondo della cultura. E così, quando viene nominata direttrice d’orchestra del Teatro La Fenice di Venezia parte il solito diffamatio can can. Scendono in campo come agitprop i sindacati degli orchestrali e dei lavoratori del teatro e si maschera il fine politico con accuse sulla rispettabilità e professionalità della Venezi. Ora lei sottolinea: “I lavoratori de La Fenice negli ultimi otto mesi mi hanno costantemente e sistematicamente diffamata, calunniata, offesa e bullizzata, su social, giornali, tv in Italia e in tutto il mondo, con l’intento dichiarato di danneggiare la mia immagine professionale e conseguentemente la mia carriera“. Come darle torto? Non si tengono conto i prudenti giudizi dei colleghi più autorevoli come quello del maestro Riccardo Muti: “Leggo tante cose sui giornali. Lasciatela dirigere e poi le orchestre varie e i cori vari decideranno”. Macché, Venezi non ha diritto di cittadinanza nel pianeta cultura e sul quel podio non ci deve salire. Lei si esaspera e in un’intervista rilasciata al quotidiano argentino “La Nacion” fa una dichiarazione polemica (ma sarà inverosimile?) “”Non provengo da una famiglia di musicisti. E questa è un’orchestra dove le posizioni si tramandano praticamente di padre in figlio”. Il sovrintendente che si trova da mesi in una situazione di stallo prende la palla al balzo e la licenzia. Triste storia, che ha per protagonista una giovane e una donna, ma nessun movimento femminista alza almeno un sopracciglio.

E veniamo alla Minetti. L’ “olgiattina” che secondo il tribunale di Milano, procurava donnine facili a Silvio Berlusconi per le sue “serate eleganti” e che è stata compensata con un seggio al Consiglio regionale della Lombardia, doveva ancora scontare un residuo di pena per questi suoi trascorsi, una sciocchezza dal punto di vista giudiziario, due anni ai servizi sociali. Nel frattempo è andata all’estero, in Uruguay, dove convive con un esponente della famiglia Cipriani (quella dei grandi hotel). Chiede la grazia perché – dice – deve seguire un bimbo con gravi problemi di salute, da lei adottato e il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, gliela concede. Si badi bene che c’era il parere favorevole della Procura generale di Milano (fondamentale), cui è seguito quello (praticamente scontato) del ministero della Giustizia.

Una vicenda di puro gossip su cui ci si butta Il fatto Quotidiano diretto dal noto Marco Travaglio, di simpatie grilline. L’ “autorevole” testata crea un caso scandalistico e non si sa quanto veritiero. Mette in dubbio tutto ciò che ha affermato la Minetti per ottenere la grazia e suona la grancassa: il ministro Nordio avrebbe in sostanza favorito un personaggio del bunga bunga di berlusconiana memoria e l’antiberlusconismo non può mai andare in soffitta. La sinistra ci si butta a capofitto e spiace che un politico un tempo di primo piano come Matteo Renzi arrivi ridicolmente a chiedere le dimissioni di Giorgia Meloni. Per i partiti di opposizione nel mirino c’è l’odiato ministro della Giustizia, Carlo Nordio, quello della separazione delle carriere, dimenticando che la grazia non la concede Nordio, bensì il Presidente Mattarella e che quindi c’è almeno un concorso di colpa.  Fra l’altro, si fa finta di non sapere che la vicenda ha seguito rigorosamente la trafila ordinaria per la concessione delle grazie (che ogni anno sono qualche decina), che non c’è stata nessuna corsia preferenziale, che nella sua relazione il Tribunale di Milano dipinge la Minetti come una sorta di Santa Maria Goretti.

Dunque, l’attacco ricade sulla testa in primis del Capo dello Stato. La sinistra finge di non saperlo è ovviamente sfrutta il caso per alzare un gran polverone, con il corollario della grancassa suonata – su una vicenda che un tempo sarebbe finita solo sui giornaletti “rosa” – dai grandi quotidiani fiancheggiatori, in primis Il Corriere della Sera con ampi articoli nei quali non poteva mancare il riferimento al finanziere suicida Jeffrey Epstein, che Cipriani (non sfiorato da alcuna accusa penale) aveva conosciuto. Anche qui chissenefrega della tutela dei minori e della presunzione di innocenza. Certi particolari però emergono confermati: Minetti e Cipriani sono finanziatori di un centro uruguayano per bambini con gravi problemi, come quello in questione che poi viene da loro adottato; della madre di quest’ultimo si sono perse le tracce, è una tossicodipendente con condanne penali, e il padre è in carcere; nel 2021 Minetti e Cipriani si sono fatti carico dell’operazione chirurgica cui il bimbo è stato sottoposto a Boston.

Ma il Corrierone (spiace dirlo) percorre la strada dell’insinuazione malevola: “Il bimbo ha ancora bisogno di essere seguito assiduamente dalla madre adottiva? …La vicenda sta virando sempre più verso quello che sembra un possibile esercizio di prepotenza economica e forse consapevole inganno…”.  Minetti e il marito sarebbero indagati in Uruguay per “un presunto traffico di sesso a pagamento all’interno di un sistema di corruzione…”.Per carità – ammette il Corriere cercando di pararsi dalle querele – “accuse tutte da provare”. E allora?

Ora il povero Mattarella e la Procura di Milano assicurano: “Andremo a fondo”. Ridicolo, per non dire preoccupante. Forse ci si dimentica che un simile can can non si fece nemmeno quando un Capo dello Stato (Carlo Azeglio Ciampi) diede la grazia a un certo Graziano Mesina, bandito sardo ed ergastolano poi tornato tranquillamente a delinquere.

Illuminante sulla vicenda è l’articolo di Salvatore Merlo su Il Foglio. La vicenda “dice quanto sia ancora forte in Italia il potere di certe campagne vaffancurlotte, accompagnate dal loro contrabbasso naturale. Quella piccola marea schiumosa dei social, che fu già il grillismo dei tempi d’oro… Minetti porta con sé incollato addosso come un marchio indelebile il richiamo al bunga bunga, a Silvio Berlusconi. E mettere accostato a quel nome la parola grazia significa, secondo un ragionamento forsennato, riabilitare simbolicamente tutto quello…” E ancora: “ Così è partita la macchina…Tutto il circo mediatico-giudiziario che l’Italia conosce bene, messo in moto con quella tecnica che consiste non nell’accusare, ma nell’evocare, non nel dimostrare, ma nell’insinuare, disponendo i nomi uno accanto all’altro e lasciando che il lettore annusi e concluda”.

Intanto l’opposizione si infiamma, trascurando forse cose di maggior conto: il pauroso debito pubblico, le pesanti ripercussioni economiche che può provocare il conflitto Iran-Usa, il caro bollette che mette in difficoltà famiglie e imprese, la guerra in Ucraina di cui non si vede la fine e che ci impegna non poco economicamente, la perdita del valore d’acquisto dei salari, la grave crisi demografica, le lunghe liste di attesa nella sanità, l’endemica lentezza della burocrazia. Ecc. ecc.

In attesa di ulteriori chiarimenti, una riflessione: dove andremo a finire se si corre dietro al grillismo che sfrutta ogni occasione per gettare discredito sulle istituzioni repubblicane? Nella nostra storia abbiamo un precedente preoccupante.

 

Author: Pier Carlo Sommo

Torinese, Laureato in Giurisprudenza, Master in comunicazione pubblica e Giornalista professionista. Dal 1978 si occupa di comunicazione e informazione nella pubblica amministrazione. Ha iniziato la carriera professionale presso la Confindustria Piemonte. Dopo un periodo presso l'Ufficio Studi e Legislativo della Presidenza della Regione Piemonte nel 1986 è diventato Vice Capo di Gabinetto e Responsabile Relazioni Esterne della Provincia di Torino Dal 1999 al 2020 è stato Direttore delle Relazioni Esterne e Capo Ufficio Stampa dell'ASL Città di Torino. Autore di saggi, articoli e ricerche, ha pubblicato numerosi volumi e opuscoli dedicati alla comunicazione culturale - turistica del territorio. È docente in corsi e seminari sui problemi della comunicazione e informazione presso le società di formazione pubbliche e private . Professore a contratto di Comunicazione Pubblica presso l'Università di Torino e Università Cattolica. embro del Direttivo del Club di Comunicazione d'Impresa dell’Unione Industriale di Torino, dal 2005 al 2008 è stato Vice Presidente. Presidente del Comitato scientifico di OCIP Confindustria Piemonte Membro del Comitato Promotore dell' Associazione PA Social, È stato Segretario Generale Nazionale dell'Associazione Comunicazione Pubblica e Istituzionale dal 2013 al 2020.