Dario Gedolaro
Che alternativa c’è a livello internazionale all’uso della forza? L’Onu, le diplomazie varie, gli appelli del Papa?No, quando le situazioni si incancreniscono, i rischi diventano globali rispunta l’opzione guerra. E il ragionamento (ovviamente non privo di conseguenze impreviste e rischiose di Donald Trump: chi fa da sé, fa per tre.

D’altronde Trump è un Tycoon abituato a ragionare su dati di fatto concreti e a prendere decisioni rapide e spesso imprevedibili. Quelle dei capitani di grandi industrie, che se tentennano o ritardano un attimo mandano a gambe all’aria i loro imperi economici. Noi in Italia ricordiamo il caso Fiat, subito prima dell’arrivo di Sergio Marchionne: la principale azienda manifatturiera italiana era – come si disse allora – “tecnicamente fallita”, perché travolta da un mare di debiti. Ogni giorno che si aprivano i cancelli le perdite crescevano.
Si salvò con l’aggressività e i bluff di Marchionne: uno che in un amen cacciò centinaia di dirigenti, immesse forze nuove e fresche e condusse una trattativa audace e temeraria con General Motors. Marchionne disse a GM: “Avete firmato un accordo per cui su nostra richiesta siete obbligati a prendervi la maggioranza del gruppo Fiat”. La sua era l’intenzione opposta, cioè liberarsi degli americani. Sapeva che erano anche loro in un mare di guai da non potersi permettere di acquisire un gruppo imprenditoriale decotto. E così incassò 1 miliardo e 600 milioni di euro per tenersi le azioni Fiat, denaro che rappresentò la prima, indispensabile boccata di ossigeno per andare avanti. Con questo approccio ardito – battezzato il “metodo Marchionne” – si liberò della ingombrante presenza delle banche e acquisì la Chrysler, facendosi imprestare 7,6 miliardi di dollari dal governo americano e canadese.
Un esempio, che serve per spiegare la mentalità “ choccante ” per la diplomazia e le istituzioni internazionali di un Trump in politica estera. Il numero uno degli Stati Uniti d’America conosce il valore fondamentale del fattore tempo, la necessità di agire in modo non convenzionale e di fingere nelle trattative di essere disposto a un accordo per avere il tempo di prepararsi all’attacco. Lo ha fatto con Maduro e ora con l’Iran. Trump non crede nella capacità di intervento dell’Onu, un’istituzione paralizzata dai veti incrociati. E così si inventa il board of peace per Gaza. Se riuscirà a riportare un qualche risultato in quella piccola, ma cruciale area del pianeta, dopo decenni di inutili risoluzioni dell’Onu, chi potrà dargli torto?
E poi Trump sa di avere in mano la più potente macchina bellica del pianeta e la sfrutta con blitz mirati, senza coinvolgere gli Usa in guerre di logoramento (almeno per ora).
Chi crede nel diritto internazionale, nella necessità di avere un organismo mondiale cui delegare la composizione dei conflitti non può che addolorarsi e allarmarsi. Ma i fatti sono lì, impietosi, a dimostrare i fiaschi dell’Onu. Forse dimentichiamo il genocidio di Srebrenica nell’ex Jugoslavia, quando i soldati olandesi dell’Onu consegnarono ai serbi migliaia di bosniaci musulmani rifugiati nella loro base a Potočari. Oltre 8.000 uomini e ragazzi bosniaci furono separati da donne e bambini, uccisi e gettati in fosse comuni. O dimentichiamo che le forze Onu (in buona parte soldati italiani) non sono state in grado di far rispettare l’area smilitarizzata fra Israele e Libano e di impredire alle milizie di Ezbollah di riempirla di basi missilistiche da usare contro Israele? E che dire delle gravissime e irrisolte tensioni tra Ucraina e Russia nelle regioni di confine, che sono sfociate nell’attuale guerra di aggressione putiniana? Anche qui risoluzioni rimaste lettera morta. Altri esempi: la guerra in Siria, finita per un accordo sottobanco fra Russia e Turchia; la guerra civile nel Sud Sudan o la presenza di gruppi integralisti islamici che spadroneggiano nei paesi del Sahel e del Centro Africa, con continue stragi. E che dire della polveriera Libia?

Trump fra l’altro sfrutta il momento favorevole, con la Russia ovviamente impegnata in ben altro e la Cina che deve difendere la sua ricca economia dai dazi e dall’ostilità generale. Forse è stato un errore farla entrare nell’ Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO/OMC) senza chiedere sufficienti garanzie e rispetto delle regole. Il paese è diventato la “fabbrica del mondo” e seconda economia globale. Questo evento ha aperto il mercato cinese, quintuplicato le esportazioni e ridotto la povertà, ma ha anche causato il cosiddetto ” China shock” con la perdita di posti di lavoro manifatturieri in Occidente.
Insomma, si può biasimare Trump per la sua aggressività (per altro finora rivolta a Paesi dove vi sono governi repressivi, che si fanno un baffo dei diritti umani), ma non si può negare che c’è una strategia chiara: fare degli Stati Uniti d’America un gendarme mondiale, che si muove con terribile efficienza (anche diplomatica, nel senso di ottenere il tacito consenso di altri attori dei contesti in cui agisce) quando i suoi interessi sono in qualche modo minacciati.
Se è una strategia azzeccata e non un azzardo ce lo diranno i prossimi mesi.


