Dario Gedolaro
E’ diventato il caso giudiziario dell’estate 2026, una vicenda che fa discutere a casa, sui posti di lavoro, nei bar e sotto gli ombrelloni. Al suo confronto passano in secondo piano la guerra Usa-Iran, quella Russo-Ucraina, il caro bollette, l’estate bollente. Mario Roggero, gioielliere di Grinzane Cavour (Torino) condannato in via definitiva a 14 anni e 9 mesi per l’uccisione di due rapinatori e il ferimento di un terzo dopo l’assalto alla sua gioielleria, si è guadagnato ormai da alcuni giorni l’onore delle prime pagine e dei talk show televisivi, per non parlare dell’enorme eco sui social.
Ovviamente è diventato anche un caso politico, strumentalizzato da tutti: da destra come da sinistra, la prima scandalizzata per la condanna e il risarcimento danni (800 mila euro) alle famiglie delle vittime, la seconda scandalizzata dallo scandalo sollevato dagli oppositori politici. C’è forte puzza di teatrino pre-elettorale.
I maggiori quotidiani – che tifano per il centro sinistra (sarebbe invece bello che i cosiddetti giornali “indipendenti” facessero meno propaganda e più sano giornalismo) – dipingono il gioielliere come un uomo geneticamente violento, un iracondo che non ha saputo controllare la sua rabbia. Peccato che fosse alla settima rapina, con tanto di vessazioni per moglie e figlia. Ora si fa pressing sul Capo dello Stato perché non conceda la grazia chiesta dalla moglie del commerciante e si riferiscono anche battute che Sergio Mattarella avrebbe fatto contro il ministro Carlo Nordio reo di voler dar corso, per quanto di sua competenza, alla richiesta di grazia. E viene da domandarsi come certi giornalisti facciano a sapere con tanta precisione (fra virgolette) le frasi dette in privato o anche solo pensate dal Presidente della Repubblica.
Vabbè è il giornalismo del giorno d’oggi “bellezza”, quel giornalismo che si è buttato a capofitto per contestare la grazia concessa da Mattarella a Nicole Minetti, scrivendo o dicendo maldicenze, inventando circostanze. Nicole Minetti si portava lo stigma di essere stata una delle sodali di Silvio Berlusconi, colpa imperdonabile. Ma ha cambiato vita, si è dedicata in modo esemplare a un bimbo gravemente ammalato che ha anche adottato. Tutte fandonie, non è possibile. E invece i fatti hanno dimostrato che era tutto vero ed ora i maggiori responsabili del farlocco can can mediatico si trovano la spada di Damocle di una richiesta milionaria di risarcimento danni.
Sul caso Roggero siamo di nuovo al giornalismo “militante”, acefalo, cioè irragionevole e partigiano. Qualche voce meno urlata ha fatto capolino, ma il buon senso è stato travolto da urla e invettive. Eppure una via d’uscita per non far diventare Roggero un martire del diritto all’autodifesa o un criminale assetato di sangue, la magistratura ce l’aveva e stupisce che nei tre gradi di giudizio non sia stata percorsa.
La giustizia italiana è piena zeppa di precedenti di sentenze emesse “cum grano salis”, cioè salvaguardando il diritto, ma anche graduandone la severità alle circostanze. Basterebbe pensare alle pene lievi nei casi di figli o mogli che hanno ucciso genitori o mariti violenti o di persone che, pur sane di mente, sono state giudicate incapaci di intendere e di volere nel momento in cui commettevano il reato (art. 85 del Codice Penale) per cui l’imputabilità è esclusa o ridotta. Non è stato fatto nel caso del gioielliere Roggero e si ha l’impressione che il can can sollevato sin da subito dai partiti di centro destra non gli abbia giovato. Quasi che i giudici gli abbiano fatto scontare le “colpe” dei suoi padrini politici, sostenitori della aborrita legge sulla separazione delle carriere. E così, ad esempio, si è insistito a contestargli il reato di “duplice omicidio” e non lo si è derubricato a quello di eccesso colposo di legittima difesa, né si è tenuto conto del forte stato di alterazione psichica del gioielliere vittima dell’ennesima protervia criminale. Con ciò non si sarebbe assolto il comportamento violento dell’imputato, ma lo si sarebbe valutato tenendo presenti tutte le circostanze. Sul risarcimento danni poi è inutile dilungarsi: chiunque capisce che in un caso come questo è una pena accessoria odiosa, come se le vittime fossero morte mentre espletavano un legittimo lavoro e non mentre commettevano un grave reato. Ora il governo ha messo a punto un disegno legge che non riconosce più il risarcimento danni per chi commette gravi reati, ma interviene con colpevole ritardo.


