Pier Carlo Sommo
In Italia esiste una curiosa forma di pacifismo che sembra ignorare un dato fondamentale della storia: le guerre non finiscono perché qualcuno le condanna moralmente, ma perché qualcuno riesce a fermarle. È una distinzione elementare, eppure nel dibattito pubblico italiano continua a essere sistematicamente rimossa. L’Italia è uno dei pochi paesi europei in cui, di fronte a una guerra nel continente, esiste ancora un ampio spazio pubblico per un pacifismo che sembra ignorare un dato elementare: la guerra non nasce perché qualcuno la nomina, ma perché qualcuno la decide.
Il linguaggio di una parte del pacifismo nostrano invoca la pace come se fosse una formula magica, una parola capace di sciogliere i conflitti del mondo. Si organizzano manifestazioni, marce con fiaccole e bandiere, si firmano appelli, si moltiplicano dichiarazioni solenni. Tutto nobile, ma poco utile, il punto è che non è in ballo la nobiltà delle intenzioni, ma la loro efficacia.
Bisogna prendere atto che nel mondo reale esistono Stati che usano la forza militare per perseguire i propri interessi, regimi che senza alcuna difficoltà o pudore utilizzano la guerra come strumento di politica estera. Pensare di bloccare questa realtà con appelli generici alla pace significa confondere la politica con l’utopia. Il pacifismo italiano si muove dentro l’illusione che la guerra sia prima di tutto un problema di linguaggio, di cultura, di mentalità. Se cambiamo il modo di parlare della guerra, sembra suggerire questa visione, la guerra non scoppia. Purtroppo la storia racconta qualcosa di molto diverso.

Il Novecento europeo lo dimostrò con drammatica chiarezza. Le democrazie che negli anni Trenta scelsero di ignorare la realtà delle aggressioni autoritarie non evitarono la guerra. La rimandarono soltanto, pagandola poi a un prezzo infinitamente più alto. Le guerre del Novecento non sono finite grazie agli appelli pacifisti, ma grazie a equilibri politici e militari. La pace europea dopo il 1945 non è mai stata garantita da manifestazioni nelle piazze, ma da un sistema di sicurezza internazionale basato su deterrenza e alleanze.
Oggi vediamo una forma di pacifismo più simbolica che politica, un movimento che manifesta, protesta, firma appelli, ma raramente si misura con una domanda decisiva: come si ferma concretamente un’aggressione militare? Negli ultimi anni l’Europa ha scoperto di non vivere più nel mondo relativamente stabile che era seguito alla fine della Guerra fredda. Il ritorno della guerra tra Stati nel continente ha riportato al centro concetti che molti pensavano archiviati: sicurezza, difesa, equilibrio di potenza.
Di fronte a questa realtà, la maggior parte delle democrazie europee ha tratto una conclusione pragmatica: senza capacità di difesa non esiste pace duratura. La pace non è solo un valore morale, è anche un equilibrio politico e militare. Il pacifismo visto solo come coscienza morale, diventa inutile quando rifiuta di confrontarsi con il problema della forza.
La cecità del pacifismo italiano è proprio la difficoltà ad accettare che la pace, in politica internazionale, non è soltanto un valore ma anche un equilibrio di potere. Senza capacità di difesa, gli Stati non garantiscono la pace, garantiscono solo la propria vulnerabilità. Nel dibattito italiano ogni riferimento alla sicurezza o alla difesa viene trattato come un sospetto cedimento al militarismo. È un pensiero che appartiene a un’altra stagione storica, quella in cui molti europei pensavano che la guerra tra Stati nel continente fosse definitivamente archiviata. Quell’epoca è finita.

L’Europa si trova oggi di fronte a una realtà che credeva superata, purtroppo la guerra è tornata a essere uno strumento di politica internazionale. Le democrazie europee correttamente stanno reagendo rafforzando le proprie capacità di difesa e discutendo apertamente di sicurezza strategica. Solo in Italia una parte del dibattito continua a oscillare tra l’indignazione morale e la rimozione della realtà. La domanda che non viene affrontata è molto semplice: come si difende la pace quando qualcuno decide di violarla?
Se la risposta è soltanto “negoziare”, si dimentica che la diplomazia funziona quando esiste anche un rapporto di forza che rende conveniente il negoziato. Senza questo elemento, la diplomazia è solo esercizio di retorica. La pace, purtroppo, non è mai stata una condizione naturale della storia. È sempre stata una costruzione fragile, che richiede istituzioni, diplomazia, equilibrio e, talvolta, anche forza. Continuare a parlare di pace senza interrogarsi su come difenderla significa anche trasformare il pacifismo in una posizione moralmente rassicurante ma politicamente irrilevante.

Se la risposta è soltanto l’invocazione della diplomazia, il rischio è quello di scambiare il desiderio per strategia. La diplomazia funziona quando esistono anche leve politiche, economiche o militari che rendono conveniente negoziare. Senza queste leve, gli appelli alla pace rischiano di restare parole. Viene in mente la celebre frase pronunciata dal cinico Stalin durante la Conferenza di Yalta del 1945: “Quante divisioni ha il Papa?” disse quando gli chiesero di tenere in considerazione le osservazioni moderate di Papa Pio XII.
Il pacifismo italiano sembra preferire una posizione moralmente impeccabile ad una riflessione realistica. È più rassicurante proclamare un rifiuto generico della guerra che interrogarsi su come difendere concretamente la pace. Facciano fiaccolate e sventolino bandiere multicolori, ma ai dittatori pazzi e guerrafondai importa ben poco, anzi fanno molto comodo, per fermarli ci vogliono le armi, brandite e utilizzate se necessario.
La politica internazionale non premia le buone intenzioni. Premia la capacità di leggere la realtà.
Così il pacifismo italiano è solo un fenomeno puramente simbolico, presente nelle piazze e nei talk show, completamente al di fuori decisioni strategiche che riguardano la sicurezza del paese. In concreto è un pacifismo che parla molto di pace ma incide poco o nulla sulla storia, la quale purtroppo, non fa né con i ma, né con i se, né con gli slogan…


