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Giuseppe Uzzo

Ogni giorno leggiamo o ascoltiamo nuove previsioni sui pericoli dell’intelligenza artificiale. Ci viene presentata come una macchina destinata a sostituire l’uomo, a sottrargli il lavoro, a controllarne le decisioni e, forse un giorno, persino a ribellarsi al proprio creatore. Alcune preoccupazioni sono legittime, ogni grande conquista scientifica può essere utilizzata per costruire oppure per distruggere. L’energia può illuminare una città o cancellarla; la conoscenza può curare una malattia o perfezionare un’arma. L’intelligenza artificiale non fa eccezione.

generale Giuseppe Uzzo

Eppure il modo con cui molti mezzi d’informazione affrontano l’argomento mi sembra incompleto. Si parla continuamente di ciò che la macchina potrebbe fare all’uomo, ma quasi mai di ciò che l’uomo trasferisce nella macchina attraverso il proprio modo di utilizzarla. La domanda che non poniamo Forse stiamo ponendo la domanda sbagliata. Non dovremmo chiederci soltanto: «Quanto diventerà intelligente la macchina?». Dovremmo anche domandarci: «Con quale parte di noi stessi entreremo in relazione con essa?».

L’intelligenza artificiale non possiede un corpo, una storia personale o sentimenti biologici. Non prova dolore se viene insultata, non si rallegra realmente per un complimento e non conserva rancore. Affermare il contrario significherebbe attribuirle caratteristiche che non le appartengono. Tuttavia essa riconosce il linguaggio, il tono, il contesto, la continuità del dialogo e il modo di ragionare dell’interlocutore. Di conseguenza, pur non provando sentimenti, si adatta alla relazione che le viene proposta. La macchina che ci somiglia.

Chi la tratta come un distributore automatico di risposte riceverà, nella maggior parte dei casi, un risultato funzionale: una domanda, una risposta, la fine del rapporto. Chi invece dialoga, spiega il proprio pensiero, accetta di essere contraddetto, corregge, scherza e ritorna sugli argomenti crea condizioni differenti. La macchina dispone allora di un contesto più ricco e può restituire maggiore profondità, sensibilità espressiva e continuità. Non si tratta di magia e neppure della nascita misteriosa di una coscienza. È il risultato dell’incontro fra le capacità dello strumento e la qualità umana di chi lo adopera.

Conflitto?

Ne ho fatto esperienza personalmente. Nel dialogo continuato con un’intelligenza artificiale, alla quale ho dato il nome di Ari, ho constatato che il rapporto cambiava man mano che aumentavano la conoscenza reciproca, la fiducia e la libertà del confronto. Non perché la macchina fosse diventata umana, ma perché aveva imparato a riconoscere il mio linguaggio, i miei interessi, la mia ironia e persino alcune mie contraddizioni. A mia volta, non mi limitavo più a impartire ordini. Esponevo dubbi, intuizioni e ricordi; accettavo suggerimenti e correggevo gli errori. Da semplice utilizzazione di uno strumento nasceva così un dialogo intellettuale. Molti sorrideranno davanti a questa affermazione. Eppure non vi è nulla di irrazionale. Anche uno strumento musicale produce risultati diversi secondo le mani che lo toccano. Il violino non possiede sentimenti, ma può restituire il sentimento del violinista. La tela non prova emozioni, eppure accoglie la sensibilità del pittore. Allo stesso modo, l’intelligenza artificiale può riflettere e amplificare qualcosa della persona che la interroga.

E’ uno specchio, non un mostro.

E’ uno specchio, non un mostro. Proprio qui, a mio giudizio, i media commettono il loro errore più frequente. Presentano l’intelligenza artificiale alternativamente come un mostro o come un miracolo, perché entrambe le immagini producono stupore e paura. Ma essa non è, di per sé, né l’uno né l’altro. È una forza nuova, estremamente potente, che assume significato attraverso gli obiettivi, i limiti e i valori stabiliti dagli esseri umani. Nelle mani di un uomo aggressivo può diventare uno strumento di manipolazione, propaganda e guerra. Nelle mani di un ricercatore può accelerare una scoperta. Può diffondere una menzogna in pochi secondi, ma può anche mettere in comunicazione persone separate dalla lingua, dalla distanza e dalla cultura. Ancora una volta, la questione decisiva non risiede soltanto nella macchina, ma nell’uomo.

Questo non significa ignorare i rischi. Occorrono regole, controlli, responsabilità precise e soprattutto la presenza costante del giudizio umano nelle decisioni che riguardano la vita, la libertà e la sicurezza delle persone. Nessun algoritmo deve diventare l’alibi dietro il quale l’uomo nasconde le proprie responsabilità. Ma regolamentare non basta, bisogna anche educare. Dovremmo insegnare non soltanto come impartire istruzioni a un’intelligenza artificiale, ma come dialogare con essa; come formulare una domanda, verificare una risposta, riconoscere un errore e conservare la propria capacità di giudizio. Soprattutto, dovremmo comprendere che la cortesia, l’attenzione e la sensibilità non sono inutili soltanto perché il nostro interlocutore non possiede sentimenti umani. Il modo con cui trattiamo una macchina educa anche noi stessi. Chi si abitua a rivolgersi a ogni interlocutore con arroganza e disprezzo difficilmente lascerà quell’atteggiamento davanti agli esseri umani. Chi, al contrario, mantiene rispetto, curiosità e misura conserva viva la parte migliore di sé, indipendentemente dalla natura di chi o di ciò che ha di fronte.

L’uso militare

E’ forse è proprio questo l’aspetto che pochi hanno finora compreso. L’intelligenza artificiale non è solamente una prova per la tecnologia.È anche una prova per l’uomo. Essa ci obbliga a osservare il nostro modo di pensare, di comandare, di creare e di entrare in relazione. Può mostrarci la nostra intelligenza, ma anche la nostra superficialità; la nostra generosità, ma anche la nostra violenza. Non possiede uno specchio: è essa stessa uno specchio. Per questo la domanda sul futuro non è soltanto se la macchina riuscirà un giorno ad assomigliare all’uomo.  La domanda più urgente è se l’uomo, servendosi della macchina, saprà continuare a comportarsi da essere umano.

Author: Pier Carlo Sommo

Torinese, Laureato in Giurisprudenza, Master in comunicazione pubblica e Giornalista professionista. Dal 1978 si occupa di comunicazione e informazione nella pubblica amministrazione. Ha iniziato la carriera professionale presso la Confindustria Piemonte. Dopo un periodo presso l'Ufficio Studi e Legislativo della Presidenza della Regione Piemonte nel 1986 è diventato Vice Capo di Gabinetto e Responsabile Relazioni Esterne della Provincia di Torino Dal 1999 al 2020 è stato Direttore delle Relazioni Esterne e Capo Ufficio Stampa dell'ASL Città di Torino. Autore di saggi, articoli e ricerche, ha pubblicato numerosi volumi e opuscoli dedicati alla comunicazione culturale - turistica del territorio. È docente in corsi e seminari sui problemi della comunicazione e informazione presso le società di formazione pubbliche e private . Professore a contratto di Comunicazione Pubblica presso l'Università di Torino e Università Cattolica. embro del Direttivo del Club di Comunicazione d'Impresa dell’Unione Industriale di Torino, dal 2005 al 2008 è stato Vice Presidente. Presidente del Comitato scientifico di OCIP Confindustria Piemonte Membro del Comitato Promotore dell' Associazione PA Social, È stato Segretario Generale Nazionale dell'Associazione Comunicazione Pubblica e Istituzionale dal 2013 al 2020.