Dario Gedolaro
“Se ci sei batti un colpo”, fu il titolo di un articolo comparso su La Stampa il 21 giugno 1944. Scritto dal direttore Concetto Pettinato, rappresentava una critica aperta e senza precedenti rivolta al governo fantoccio della Repubblica Sociale Italiana e a Benito Mussolini (ovviamente l’autore fu cacciato immediatamente dal suo incarico). Possiamo prendere a prestito questo titolo per commentare il tetto al prezzo dei carburanti deciso dall’ENI, grazie alla “moral suasion” del governo Meloni, che “ha battuto un colpo” per frenare la bufera degli aumenti di prezzo. Con una ricaduta importante: dopo Eni, anche IP ha deciso di calmierare i prezzi dei carburanti commercializzati sul mercato italiano. Anche in questo caso c’è stata la “moral suasion” del governo e, infatti, la premier Meloni ha ringraziato il Presidente dell’Azerbaigian (l’Ip è controllata da questo Stato), Ilham Aliyev, per il “segnale di attenzione”.
Come nel lontano 21 giugno1944, si tratta di una vicenda praticamente senza precedenti da quando, a partire dal 1992,i governi decisero di percorrere la strada delle “privatizzazioni” con la liquidazione dell’Iri. Ma la mano pubblica è rimasta importante in alcune grandi società, in Eni lo Stato è il primo azionista (Ministero Economia + Cassa Depositi e Prestiti hanno oltre il 33%). Ci sono anche altri importanti enti in cui lo Stato pesa ancora, come l’ Enel (il Mef ha il 23,59%), e Poste Italiane, tanto per restare alle società quotate in Borsa (le Ferrovie dello Stato e la Rai, ad esempio, non lo sono).
Ebbene non si capisce perché nelle “controllate” i governi non possano far sentire la loro voce (al di là delle solite lottizzazioni politiche e dell’incasso delle cedole), quando l’interesse pubblico generale lo richiede. Rimanendo al settore energia, in questi ultimi 35 anni non sono state tutte rose e fiori dal punto di vista dei costi che gravano su cittadini e imprese a causa del caro bollette. Ecco perché la mossa del governo di centro-destra appare degna di nota. Evidentemente si tratta di una situazione eccezionale, con due guerre in corso che hanno fatto schizzare i prezzi in su, favorendo manovre speculative a livello internazionale. Non si tratta ovviamente di una mossa risolutiva (fra l’altro non riguarda il canale di vendita all’ingrosso dove si riforniscono le pompe bianche, il settore della pesca e dell’agricoltura e gli autotrasportatori), ma sicuramente emblematica. Né è da bollare come un provvedimento “peronista”, visto che il governo francese, retto da un presidente non di destra e non populista, ha fatto la stessa “moral suasion” con la Total, di cui ha una quota azionaria. Si tenga presente che si tratta di un settore che garantisce lauti margini di guadagno alle aziende. Tanto per capirci, nel secondo trimestre di quest’anno l’utile netto dell’Eni è stato di 2,3 miliardi di euro, il doppio (+106%) rispetto al secondo trimestre del 2025. Nell’arco dei primi sei mesi dell’anno la crescita dell’utile è stata del 43%.
E allora diamo a Cesare quel che è di Cesare e i meriti a chi se li merita. Adesso, però, la stessa “moral suasion” andrebbe fatta per i costi delle bollette elettriche, in particolare nei confronti dell’Enel. Si rischia un aumento dei prezzi dell’elettricità anche superiori del 40%. Eppure, da qualche tempo alcuni esponenti politici (l’ex ministro Carlo Calenda in testa) sostengono che in questo campo c’è una distorsione. Calenda l’ha definita una “manipolazione sistematica del mercato elettrico italiano che danneggerebbe pesantemente i consumatori”. Infatti l’attuale struttura del mercato permetterebbe ai produttori di attuare una strategia speculativa per fissare un prezzo di vendita artificialmente elevato a cifre ben superiori ai reali costi di produzione. In particolare, i produttori che vendono energia tratta da fonti con costi marginali bassi, come l’idroelettrico, l’eolico e il fotovoltaico, possono incamerare profitti eccezionali.
E non si pensi che il problema del costo dell’energia elettrica sia in qualche modo meno importante di quello dell’energia derivante dalla combustione. Secondo l’ultimo rapporto dell’Agenzia internazionale dell’energia (IEA), la domanda mondiale di elettricità continuerà a crescere a ritmi sostenuti anche nel 2027, spinta dall’elettrificazione dell’economia, dalla diffusione dei veicoli elettrici, dall’aumento della climatizzazione e dall’espansione dei data center.
Ma, dice l’IEA, se l’ Europa vuole elettrificare sempre più consumi, trasporti e riscaldamento, deve prima rendere l’elettricità economicamente più conveniente: “Tecnologie come pompe di calore e veicoli elettrici possono ridurre consumi ed emissioni, ma con gli attuali prezzi dell’energia elettrica non risultano ancora competitive in tutti i Paesi europei. La questione diventa decisiva alla luce del nuovo obiettivo comunitario: il Piano d’azione per l’elettrificazione dell’Unione europea punta a portare la quota dell’elettricità al 32% dei consumi finali di energia entro il 2030. Per raggiungerlo non basta aumentare la produzione elettrica. Bisogna intervenire contemporaneamente su generazione, reti, accumuli, flessibilità e tassazione”.
E quello della tassazione è l’altra faccia della stessa medaglia del caro energia, la seconda gamba su cui può agire un governo per ridurre i costi. Su una bolletta gravano in modo significativo l’ imposta di consumo (accisa), l’addizionale regionale e l’imposta sul valore aggiunto (IVA), oltre ai cosiddetti “Oneri di sistema” (incidono per circa il 21% sul costo totale), che servono a finanziare gli incentivi alle fonti rinnovabili.
Ci sarebbe anche da parlare del contributo al contenimento dei prezzi che potrebbe derivare dall’energia nucleare, su cui il governo si è mosso per tornare a produrla in Italia. Sarà così? Dipenderà, probabilmente, da chi vincerà le prossime elezioni.


