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Dario Gedolaro

L’ astensionismo a livelli record nei ballottaggi con un’affluenza, nei 59 Comuni interessati, che si è fermata poco sopra il 42%, contro il 54% del primo turno, e le divisioni nel centro destra salvano il Pd di Enrico Letta, il quale però a conti fatti si trova con meno sindaci di prima. E‘ un uomo fortunato il segretario del Partito Democratico, ma deve cambiare strategia se non vuole essere penalizzato dalla crisi del M5S. Eppure non sembra ancora avere un piano B e ribadisce: “Lavoro per riunire Conte e Di Maio”. Dopo una assai polemica scissione, è una frase un po’ ridicola.

Enrico Letta
Enrico Letta

Il fatto è che il suo “campo largo”, col M5S come primo e più fedele alleato, si è notevolmente ristretto.  Il centro di Carlo Calenda e Matteo Renzi continua a sbattergli la porta in faccia. C’ è un video di Calenda che sembra suonare campane a morto per il progetto lettiano. Dice: “Di Maio cerca di far dimenticare i disastri fatti. In un paese normale andrebbe preso a pernacchie”. E ancora: “Il problema è che gli vanno appresso, gli va appresso Letta, che dice: ‘la nostra funzione è fare il magnete di Conte e Di Maio’. Dei rottami”. La politica ci ha abituati all’incoerenza più sfacciata, ma allo stato attuale dei fatti Calenda e Renzi ripropongono l’ultimatum: “O con noi o con i 5 Stelle”. Nella tanto biasimata Prima Repubblica un segretario di partito la cui strategia politica fosse andata così in crisi (non dimentichiamoci che ha già subìto una scissione) sarebbe stato invitato dai suoi a farsi da parte. Probabilmente non succede perché Letta è la rassicurante foglia di fico per un partito che abbraccia sempre più il radicalismo come sua ideologia politica.

Ma che il “campo largo” Pd-M5S fosse un azzardo era prevedibile vista l’inaffidabilità e l’instabilità dell’oggetto del corteggiamento di Letta: preparazione politico/amministrativa abborracciata, parlamentari pittoreschi, una democrazia interna ridicola, dominata da un duo composto da un attor comico bizzoso e provocatore e da un cavilloso “avvocato della Magna Grecia” (secondo la famosa espressione dell’avvocato Agnelli a propositivo dei politici italiani). I numeri dimostrano in modo impietoso il declino progressivo del M5S: da quelli parlamentari, che lo vedono essere calato per varie defezioni da 227 a 105 deputati e da 72 a 61 senatori, a quelli elettorali, per cui, dopo le ultime elezioni amministrative, qualche osservatore (forse esagerando) ha ipotizzato una sua rapida scomparsa.

Giuseppe Conte

Ci sarebbe da riflettere su come sia stato possibile che gli italiani abbiano votato in massa una forza politica di “uomini qualunque” (esemplari i casi del ministro Danilo Toninelli e della viceministra Laura Castelli nel primo governo Conte), sostenitrice di battaglie bislacche (No Tap, No Tav, No termovalorizzatori), teorizzatrice della democrazia via web (un web sotto tutela), dell’ assistenzialismo più smaccato (reddito di cittadinanza), simpatizzante per il Venezuela di Maduro, strizzante l’ occhio all’espansionismo economico cinese, , ecc. ecc..  E il mea culpa dovrebbero farlo soprattutto quelle forze politiche che più hanno responsabilità nell’ avere sfiduciato l’elettorato: Pd e Forza Italia.

Nel 2018 il M5S sfiorò il 33% dei suffragi, con 10 milioni e 700 mila voti. Un successo che forse non avrebbe avuto conseguenze concrete, se solo un altro politico poco accorto, Matteo Salvini, non avesse “tradito” gli alleati della coalizione di centro-destra che pure aveva ottenuto la maggioranza relativa dei consensi (37%). Salvini si lasciò trascinare dalle sue tendenze populiste, dal miraggio delle poltrone ministeriali, dalla convinzione di poter dominare la coalizione e non si giocò la carta di tornare al voto per far ottenere al centro-destra quel 3% in più che fa scattare il premio di maggioranza

Luigi Di Maio e Matteo Salvini

Ora anche Salvini ha i suoi problemi: ha sperperato il consenso raggiunto alle elezioni Europee del 2019  (34,2 %)  e i sondaggi non gli danno nemmeno più quel 17% circa ottenuto alle politiche nel 2018. I voltafaccia (prima la fuoriuscita dal centro destra per appoggiare il governo Conte, poi l’abbandono dell’ alleanza e infine l’ appoggio al governo Draghi col rivale di sempre, il Pd) e la strampalate posizioni occhieggianti ai No vax gli hanno fatto perdere credibilità. Forse ha ragione Calenda: ”Siamo alla fine di una stagione disastrosa per la politica”.

Adesso si tratterà di vedere quanto Giuseppe Conte e Matteo Salvini saranno disposti a svenarsi elettoralmente per sostenere l’attuale governo di coalizione. Francesco Verderami sul Corriere della Sera ha ipotizzato che il capolinea potrebbe essere la discussione sulla prossima legge di bilancio, prevista fra ottobre e novembre. Chissà.

 

Author: Carola Vai

Laureata in Lingue e Letterature straniere, giornalista e scrittrice. Ha lavorato in varie testate tra le quali: “la Gazzetta del Popolo”, “La Stampa”, “Il Mattino” di Napoli, “Il Giornale” di Montanelli. Passata all’AGI (Agenzia Giornalistica Italia) dal 1988 al 2010, è diventata responsabile della redazione regionale Piemonte-Valle d’Aosta. Relatrice e moderatore in convegni in Italia e all’estero; Consigliere dell’Ordine Giornalisti del Piemonte fino al 2010, poi componente del consiglio di amministrazione della Casagit (Cassa Autonoma Assistenza dei Giornalisti Italiani) dove attualmente è sindaco effettivo. Tra i libri scritti “Torino alluvione 2000 – Per non dimenticare” (Alpi Editrice); “Evita – regina della comunicazione” (CDG, Roma ); “In politica se vuoi un amico comprati un cane – Gli animali dei potenti” (Daniela Piazza Editore). "Rita Levi-Montalcini. Una donna Libera" Rubbettino Editore)