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Dario Gedolaro

La tragedia di Giulia Cecchettin ha avuto almeno un effetto positivo: ha costretto il mondo degli adulti a interrogarsi e a riflettere non solo e non tanto sul rapporto fra uomo e donna, quanto sui modi di pensare e di comportarsi delle giovani generazioni. E lo dimostra la decisione bipartisan di avviare nelle scuole lezioni di educazione all’affettività. Provvedimento evidentemente opportuno, ma non sufficiente se queste ore di lezione non avessero anche un altro scopo educativo, quello alla responsabilità, che è poi l’elemento indispensabile per una crescita “sana” della società civile tutta.

Premettiamo che, come dimostrano le statistiche internazionali, l’Italia non è il paese del “machismo” violento, visto che percentuali ben più alte di violenze sulle donne si registrano in nazioni che spesso ci fanno la predica, che si ritengono più “evolute” sul tema dei cosiddetti diritti civili (e possiamo ben dire da che pulpito o, forse, che non sempre di diritti si tratta, ma di capricci). Siamo, però, il Paese dei “senza”: scuole senza studenti, sanità pubblica senza medici, politica senza cittadini, famiglie senza figli, chiese senza fedeli e associazioni senza volontari. E’ il cosiddetto riflusso o disimpegno che dir si voglia, sintomo di una cultura sempre più individualista ed egoista.

In un recente rapporto l’Istat lancia l’allarme su un aspetto: nel nostro Paese sempre meno persone si impegnano nel volontariato. Si registra (dati 2021, ma la situazione a quanti pare non è per niente cambiata) un forte calo di individui impegnati nel settore no profit: dal 2015 al 2021 -15,7%, che in termini numerici significa qualcosa come quasi 1 milione di volontari in meno. Qualche esponente di questo settore ha reagito sostenendo che,per quanto riguarda le giovani generazioni, i numeri non dicono tutto, che c’è una galassia di pratiche al di fuori delle organizzazioni no profit, come ad esempio i ragazzi dei Fridays for future o quelli delle tende davanti alle università. Ma, sul mensile Vita, lo psicosociologo Ennio Ripamonti ha sottolineato come fra i ventenni ci siano forme di impegno sociale “caratterizzato da intermittenza, nomadismo, discontinuità” e l’ex sottosegretario al Welfare, Luigi Bobba, ha aggiunto: “Le scelte dei giovani sono diventate più fragili, reversibili, incerte”. Da un decennio c’è una tendenza chiara: “La fatica del ricambio nella guida delle associazioni, la difficoltà ad attrarre all’impegno volontario le generazioni più giovani”. Il fondatore di Vita, Riccardo Bonacina ammette: “Il dato certificato dall’Istat segnala una crisi profonda ed è la conseguenza di un Paese invecchiato, ma anche di una spinta all’individualizzazione di tutti gli ambiti di vita, dalle relazioni affettive, familiari, al lavoro, all’uso del tempo libero”.

IL sociologo Paolo Crepet

Parole, queste ultime, che ci riportano a riflettere sulle cause più profonde dell’omicidio di una ragazza ventiduenne per mano di un coetaneo. In molti giovani la solitudine esistenziale è forte, eppure sono in rete continuamente tramite chat e social. Ma, come si dice, se la suonano e se la cantano tra di loro, spesso influenzati da pessimi esempi esibizionistici. Vi sono ancora “maestri” che li educhino alla capacità di ascoltare e di capire l’altro, alla tolleranza, all’assunzione di comportamenti responsabili? La vicenda di Giulia Cecchettin e del suo assassino, Filippo Turetta, sembra darci una risposta chiara: hanno vissuto il loro dramma nella solitudine, nella mancanza di figure di riferimento in grado di consigliarli e indirizzarli, di stare loro accanto.  Erano due canne sbattute dal vento delle emozioni e delle situazioni, con lei che non sapeva come comportarsi di fronte a quel ragazzo così possessivo e ossessivo. C’è una telefonata di Giulia che è diventata di pubblico dominio e sulla quale il sociologo Paolo Crepet ha fatto questa riflessione: “Forse ha voluto lasciarci un messaggio. Quella telefonata contiene tanto, a partire dalla solitudine, un’enorme solitudine. Ecco, quella telefonata è la morte dell’empatia; una telefonata nel vuoto, come se una persona camminasse da sola in mezzo al deserto. Intorno a lei, non c’era nessuno. Nessuno che le abbia detto ti do una mano”. Di fronte aveva un ragazzo altrettanto solo che non era in grado di controllare il proprio egoistico desiderio di possesso. Sì, perché Filippo non era più il bravo ragazzo descritto nelle prime battute della vicenda dai genitori. Col passare dei giorni sono venuti a galla, grazie alle testimonianze dei coetanei, la rabbia che covava dentro e gli sfoghi violenti a cui si abbandonava. Un prete, un educatore, un adulto che cercasse di farlo ragionare non c’era.

L’uccisione di Giulia, che stupisce per la giovane età dei protagonisti della vicenda, non sembra dunque il frutto di una cultura patriarcale che, come ha detto sulla tv LA7 il filosofo Massimo Cacciari, nelle società occidentale “non c’è più da 200 anni”, ma di un contesto in cui il mondo degli adulti ha scarsa capacità educativa, perché l’atteggiamento prevalente è quello edonistico del “faccio tutto ciò che mi pare e piace”, secondo una mentalità di tipo radicale (in senso socio-politico) che si è imposta anche nelle più importanti forze di sinistra un tempo ispirate dalle ideologie del socialismo umanitario o del marxismo con tutto il loro bagaglio di solidarietà. Per non parlare della cultura liberale che un tempo esprimeva principi che troviamo nel libro “Cuore” di Edmondo De Amicis o nel Pinocchio di Collodi. Due inni alla responsabilità civile oggi troppo spesso ridicolizzata. Persino la Chiesa o le Chiese annaspano nel mondo occidentale, investite da una crisi di vocazioni e di fedeli senza precedenti. In generale appaiono preoccupate più di apparire allineate con la mentalità corrente che di difendere verità a volte anche scomode e, quindi, stentano ad essere riconosciute dai giovani come portatrici di valori forti e positivi.

Gli adulti (ovviamente con le dovute eccezioni) riflettano ed escano dal loro stato di eterni adolescenti. I giovani hanno bisogno di loro.

 

Author: Pier Carlo Sommo

Torinese, Laureato in Giurisprudenza, Master in comunicazione pubblica e Giornalista professionista. Dal 1978 si occupa di comunicazione e informazione nella pubblica amministrazione. Ha iniziato la carriera professionale presso la Confindustria Piemonte. Dopo un periodo presso l'Ufficio Studi e Legislativo della Presidenza della Regione Piemonte nel 1986 è diventato Vice Capo di Gabinetto e Responsabile Relazioni Esterne della Provincia di Torino Dal 1999 al 2020 è stato Direttore delle Relazioni Esterne e Capo Ufficio Stampa dell'ASL Città di Torino. Autore di saggi, articoli e ricerche, ha pubblicato numerosi volumi e opuscoli dedicati alla comunicazione culturale - turistica del territorio. È docente in corsi e seminari sui problemi della comunicazione e informazione presso le società di formazione pubbliche e private . Professore a contratto di Comunicazione Pubblica presso l'Università di Torino e Università Cattolica. embro del Direttivo del Club di Comunicazione d'Impresa dell’Unione Industriale di Torino, dal 2005 al 2008 è stato Vice Presidente. Presidente del Comitato scientifico di OCIP Confindustria Piemonte Membro del Comitato Promotore dell' Associazione PA Social, È stato Segretario Generale Nazionale dell'Associazione Comunicazione Pubblica e Istituzionale dal 2013 al 2020.