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Dario Gedolaro

Martedì alla Camera si è tenuto un convegno organizzato da un tal “Centro studi Machiavelli” con il sostegno del deputato della Lega Simone Billi, che non era presente all’iniziativa ma ha prenotato la sala. Nel convegno è stato discusso un documento in cui si critica la legge 194 sull’interruzione volontaria di gravidanza e si afferma che “l’aborto non è mai giusto e non è un diritto, è una soluzione pratica che vuole essere sublimata a diritto inalienabile….”. Tesi discutibile e, infatti, da discutere.

Molti gruppi politici, Pd in testa, hanno duramente criticato non tanto la tesi del convegno, quanto la concessione della sala, che solitamente viene concessa su richiesta di parlamentari, ovviamente ad esclusione dei casi in cui si tratti di riunioni che contrastino i principi costituzionali o esaltino reati o facciano apologie condannate dalla legge. Anche dal centro destra si sono prese distanze imbarazzate. Insomma, un coro pressoché unanime, ma nessuno o pochissimi sono andati al nocciolo della questione, e cioè che in Italia è ancora garantita la libertà di parola (con i limiti di cui ho già detto), che contestare una legge (senza per altro violarla) è un diritto costituzionalmente riconosciuto. Insomma, che di questo andazzo si vogliono imporre visioni a senso unico (il cosiddetto Ddl Zan ne era un esempio), cioè fare quello che hanno fatto e fanno tutte le dittature.

Per una democrazia che ritiene di essere di stampo liberale, figlia seppur lontana di quei principi sanciti in primo luogo dalla Rivoluzione Francese, è un po’ preoccupante. Si diceva un tempo che un sacro principio di libertà è quello di consentire di parlare anche a quelli con cui non si è d’accordo.Nel caso del convegno antiabortista di opinioni stiamo parlando, che piacciano o meno. Condivisibili o no. Dovrebbe essere il sale della democrazia avere opinioni a confronto,mentre è frutto di intolleranza antidemocratica dare l’assalto alle sedi dei Movimenti antiabortisti, vietare i manifesti pro vita, mettere il bavaglio a temi che sembrano contrastare il “politicamente corretto“. Difendere la vita in ogni caso può essere una utopia, ma non è apologia di reato.

Norberto Bobbio

Mi chiedo se anche al filosofo Norberto Bobbio, di cui si sono celebrati i 20 anni dalla scomparsa, considerato uno dei maestri del pensiero laico progressista contemporaneo, oggi sarebbe stato messo il bavaglio. Ecco quello che scrisse Il 16 marzo del 1979 su La Stampa, nel primo anniversario del sequestro di Aldo Moro e dell’uccisione della scorta, in un articolo dal titolo “La politica non può assolvere il delitto”: “Tra i tanti deleteri effetti della politicizzazione – ridurre tutto a politica come se l’unica regola del fare umano fosse la conformità allo scopo – vi è l’indifferentismo morale… Porre un problema in termini morali è considerato spesso come segno di debolezza o insipienza”. Bobbio si riferiva “a coloro che si professano laici, non fedeli di alcuna religione, i quali con il loro sempre più incosciente rifuggire dal porre i problemi della condotta dal punto di vista morale, sembrano voler dare ragione a chi ha detto: ‘Se Dio non c’è, tutto è permesso’ ”. E aggiungeva: “Le conseguenze dell’indifferentismo morale sono apparse chiare nella discussione sull’aborto da parte degli abortisti, ma potrei citare molti esempi, come la liberazione sessuale. Si è considerato il divieto dell’aborto esclusivamente dal punto di vista giuridico, del diritto positivo, come se la depenalizzazione – il fatto che lo Stato non intende intervenire per perseguire penalmente chi compie o aiuta a compiere l’aborto – lo avesse fatto diventare moralmente indifferente. Come se la liberalizzazione giuridica si risolvesse di per sé nella liberalizzazione morale”.

Il filosofo ebbe ripensamenti? Non pare proprio, visto che due anni dopo, a Rimini, intervenendo al congresso di Amnesty International, ribadiva: “Sono contrario all’aborto dal punto di vista etico perché l’aborto è contrario al diritto alla vita. Altro è depenalizzarlo come reato, altro è considerarlo moralmente indifferente” e, ancora, l’8 maggio, in un’intervista a Giulio Nascimbeni per il «Corriere della Sera», ribadiva “il diritto fondamentale del concepito, quel diritto di nascita sul quale, secondo me, non si può transigere. È lo stesso diritto in nome del quale sono contrario alla pena di morte. Si può parlare di depenalizzazione dell’aborto, ma non si può essere moralmente indifferenti di fronte all’aborto”. Il filosofo non si nascondeva che il problema ha molte sfaccettature: “C’è anche il diritto della donna a non essere sacrificata nella cura dei figli che non vuole. E c’è il diritto della società, della società in generale e anche delle società particolari, a non essere superpopolate e a esercitare il controllo delle nascite. Di tre diritti: il primo, quello del concepito, è fondamentale; gli altri, quello della donna e quello della società, sono derivati. Il diritto della donna e quello della società, di solito addotti per giustificare l’aborto, possono essere soddisfatti senza ricorrere all’aborto, evitando il concepimento. Una volta avvenuto il concepimento, il diritto del concepito può essere soddisfatto solo lasciandolo nascere”.

Nell’intervista al “Corriere” Bobbio si macchiava dello stesso “delitto” commesso dal Centro Studi Machiavelli: prendeva di mira la legge 194: “Al primo articolo dice che lo Stato “garantisce il diritto alla procreazione cosciente e responsabile”. Secondo me questo articolo ha ragion d’essere se si afferma e si accetta il dovere di un rapporto sessuale cosciente e responsabile, cioè tra persone consapevoli delle conseguenze e pronte ad assumersi gli obblighi che ne derivano. Rinviare la soluzione a concepimento avvenuto, cioè quando le conseguenze che si potevano evitare non sono state evitate, questo mi pare non andare al fondo del problema. Tanto è vero che, nel primo articolo della 194, è scritto che l’interruzione volontaria della gravidanza non è mezzo per il controllo delle nascite. Questo prova che non si può considerare il concepito come un oggetto di cui ci si possa sbarazzare per ottenere un fine sociale”.

 

Author: Pier Carlo Sommo

Torinese, Laureato in Giurisprudenza, Master in comunicazione pubblica e Giornalista professionista. Dal 1978 si occupa di comunicazione e informazione nella pubblica amministrazione. Ha iniziato la carriera professionale presso la Confindustria Piemonte. Dopo un periodo presso l'Ufficio Studi e Legislativo della Presidenza della Regione Piemonte nel 1986 è diventato Vice Capo di Gabinetto e Responsabile Relazioni Esterne della Provincia di Torino Dal 1999 al 2020 è stato Direttore delle Relazioni Esterne e Capo Ufficio Stampa dell'ASL Città di Torino. Autore di saggi, articoli e ricerche, ha pubblicato numerosi volumi e opuscoli dedicati alla comunicazione culturale - turistica del territorio. È docente in corsi e seminari sui problemi della comunicazione e informazione presso le società di formazione pubbliche e private . Professore a contratto di Comunicazione Pubblica presso l'Università di Torino e Università Cattolica. embro del Direttivo del Club di Comunicazione d'Impresa dell’Unione Industriale di Torino, dal 2005 al 2008 è stato Vice Presidente. Presidente del Comitato scientifico di OCIP Confindustria Piemonte Membro del Comitato Promotore dell' Associazione PA Social, È stato Segretario Generale Nazionale dell'Associazione Comunicazione Pubblica e Istituzionale dal 2013 al 2020.