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Dario Gedolaro

Interessa ancora ai torinesi quella che una volta era la Fiat? Viene qualche dubbio leggendo le cronache del corteo sindacale che venerdì ha attraversato il centro di Torino. C’erano le istituzioni (Comune e Regione Piemonte), c’erano i rappresentanti di associazioni imprenditoriali, ma alla fine hanno sfilato fra le 5 mila persone (versione della Questura che di numeri ha una certa esperienza) e le 12 mila (versione dei sindacati, che come organizzatori hanno interesse a enfatizzare un po’ le adesioni), cioè molto meno delle 40 mila che sono scese in piazza Castello due volte nel 2018 per difendere la Tav dal voto negativo del Consiglio comunale a guida 5 Stelle. Ed ancora meno della famosa marcia dei 40 mila, cifra convenzionale data per difetto, del 14 ottobre 1980.

Lo hanno sottolineato non pochi commentatori giornalistici: “Torino, checchè ne dicano gli slogan, non c’era…” ha scritto TorinoCronaca. “Dov’è la città dell’auto? Resta l’orgoglio operaio, ma la città è rassegnata”, titola il Corriere della Sera, in un’intervista al sociologo Bruno Manghi, cui forse bisognerebbe far notare che non c’erano neanche molti operai visti i numeri di quanti lavorano ancora nel settore auto a Torino e dintorni (circa 70 mila persone, ma in continuo calo: l’indotto auto ha avuto un -37% di posti di lavoro in 10 anni). E Mino Giachino, ex democristiano, ex sottosegretario dei governi Berlusconi e uno dei promotori dei raduni Sì Tav, ha fatto notare che se a Genova avessero toccato il porto l’intera città sarebbe scesa in piazza.

Ci poteva essere un diverso atteggiamento da parte dei torinesi? La morte di Sergio Marchionne nel luglio del 2018, tenace manager con radici in città (dove viveva con la sua compagna torinese), è stata una mazzata. Dopo di lui è iniziato lo smantellamento. Lascia perciò perplessi il paragone fatto da John Elkann pochi giorni fa, presentando i dati positivi del bilancio Exor, la finanziaria con cui gli eredi Agnelli controllano il loro impero: “Sergio Marchionne era stato nominato ad di una Fiat sull’orlo della bancarotta e ci ha mostrato che l’impossibile è possibile; oggi vediamo lo stesso coraggio e la stessa tenacia nella leadership di Stellantis”. Un’evidente conferma di fiducia nell’attuale Ceo del gruppo automotive franco-italiano, Carlos Tavares. Lascia perplessi i torinesi, non certo gli azionisti di Stellantis e di Exor, i primi possono fregarsi le mani per l’utile da oltre 18 miliardi nel 2023, i secondi per quello da 4,2 miliardi.

Ma se guardiamo a Torino (e anche all’Italia) di fregarsi le mani non c’è alcun motivo, se è vero che, da quando Fiat Chrysler Automotive e la francese Psa si sono fuse in Stellantis, si sono persi circa 12 mila posti di lavoro in Italia e altri 3.500 circa sono in bilico, che la produzione di auto in Italia si è contratta pure nel primo trimestre 2024 e che a Mirafiori si è toccato il minimo storico di vetture prodotte all’anno: erano 200 mila  nei primi anni 2000, sono poco più di 20 mila ora. Tavares parla un linguaggio fatto di delocalizzazioni (in Nord Africa, Sud America, Est Europa), il governo (finalmente) ne parla un altro. Pochi giorni fa il ministro delle Imprese, Adolfo Urso, riferendosi al nuovo mini-Suv Alfa ha polemicamente dichiarato: “Non si può produrre in Polonia un’auto che si chiama Milano, non bisogna dare indicazioni che inducano in errore il consumatore”, come prevede la legge sull’Italian Sounding. Ma Tavares, secondo quanto riferito dalla rivista Automotivbe News, avrebbe commentato: “Se fosse costruita in Italia, costerebbe 40 mila euro anziché 30 mila”.

La logica dei freddi numeri evidentemente ci condanna e ha ragione, da questo punto di vista, il Presidente della Regione, Alberto Cirio,

Il Presidente Alberto Cirio, il Sindaco Stefano Lo Russo

quando cerca altre strade e si dice favorevole all’insediamento in Piemonte di un nuovo grande produttore, cinese o giapponese che sia (ipotesi che ha fatto inalberare Tavares), ed ha torto il sindaco di Torino, Stefano Lo Russo, che si dice contrario, confermando un certo conservatorismo poco lungimirante della sinistra italiana: d’altronde l’Avvocato Agnelli diceva con un po’ di cinismo: “In Italia per fare una politica di destra ci vuole un governo di sinistra”.

Ma anche l’industria non vive solo di freddi numeri: lo hanno dimostrato bene le grandi aziende italiane del boom economico, la Fiat di Valletta, la Ferrero, la Olivetti, l’Eni di Enrico Mattei, che inseguivano il  consenso sociale, davano ai dipendenti premi, servizi sociali, borse di studio, abitazioni e case vacanze, percepivano quanto importante fosse per il futuro dell’azienda dimostrare responsabilità sociale e creare uno spirito di “comunità” (con questo nome Adriano Olivetti fondò persino un suo partito politico). E’ forse un caso che di fronte alla bara di Giovanni Agnelli sfilarono a Torino più di 100 mila persone?

Perché oggi Torino dovrebbe scaldarsi per un’azienda che taglia ripetutamente tutti i dipendenti (a qualsiasi livello, dai dirigenti agli operai), chiude stabilimenti (la Maserati di Grugliasco è l’ultimo esempio), manda lettere ai fornitori invitandoli a trasferire le fabbriche in Nord Africa? Non solo, perché dovrebbe scaldarsi, se non si sono scaldate per anni le classi politiche cittadine? Basterebbe pensare a un aspetto: quale rapporto c’è fra la città e gli Elkann? Nessuno. Se un tempo per trovare un industriale che si facesse carico del Torino Calcio o per candidarsi alle Olimpiadi si andava a bussare alla porta dell’Avvocato (che, bisogna essere onesti, si lasciava coinvolgere e si dava da fare), oggi il rapporto fra la più importante famiglia cittadina e la dirigenza politico/imprenditoriale appare inesistente. Ma questo vale anche per altre famiglie “di peso” della città: i Lavazza, i Rizzante (proprietari di quella azienda leader italiana nell’information tecnology che è Reply), i Giubergia dell’Ersel (società che gestisce i grandi patrimoni), i Jacobacci (titolari di uno dei più importanti studi legali di tutela dei brevetti e dei marchi del mondo), i massimi vertici della Reale Mutua (numero uno in campo assicurativo). Mezzucci, si dirà, ma non di solo pane vive l’uomo, spesso il coinvolgimento vuol dire radicamento.

E invece la spartizione di cariche e incarichi avviene secondo una logica di appartenenza politica e clientelare (ci sono indagini giudiziarie che un qualche squarcio aprono in questo senso), i partiti hanno dirigenze cittadine che a livello nazionale contano come il due di picche. La recente vicenda della presidenza della Fondazione Cassa di Risparmio di Torino è esemplare: si è lasciato far fuori un ottimo presidente, Giovanni Quaglia (le Ogr, ad esempio, sono merito suo), dando via libera all’assalto dell’alessandrino Fabrizio Palenzona, che aveva promesso di spostare il focus della Fondazione da Torino al Piemonte. D’altronde, la classe politica di questa città ha svenduto a Milano la più grande banca italiana, il Sanpaolo, e fatto scomparire (sempre con una sciagurata fusione a favore dei milanesi) un’importantissima Cassa di Risparmio, come quella di Torino. Due “buchi neri” da migliaia di posti di lavoro, in parte altamente qualificati e retribuiti. Oggi tocca all’ex Fiat. Si può dar torto ai cittadini esausti per le tante batoste, se invece di piangersi addosso se ne vanno a lavorare a Milano o cercano di sopravvivere cercando altre strade che non siano più quelle dell’automotive?

 

Author: Carola Vai

Laureata in Lingue e Letterature straniere, giornalista e scrittrice. Ha lavorato in varie testate tra le quali: “la Gazzetta del Popolo”, “La Stampa”, “Il Mattino” di Napoli, “Il Giornale” di Montanelli. Passata all’AGI (Agenzia Giornalistica Italia) dal 1988 al 2010, è diventata responsabile della redazione regionale Piemonte-Valle d’Aosta. Relatrice e moderatore in convegni in Italia e all’estero; Consigliere dell’Ordine Giornalisti del Piemonte fino al 2010, poi componente del consiglio di amministrazione della Casagit (Cassa Autonoma Assistenza dei Giornalisti Italiani) dove attualmente è sindaco effettivo. Tra i libri scritti “Torino alluvione 2000 – Per non dimenticare” (Alpi Editrice); “Evita – regina della comunicazione” (CDG, Roma ); “In politica se vuoi un amico comprati un cane – Gli animali dei potenti” (Daniela Piazza Editore). "Rita Levi-Montalcini. Una donna Libera" Rubbettino Editore)