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Carola Vai

#italiaunicaqui – Sembra un angelo. In realtà raffigura il Genio Alato della Scienza. E’ la svettante statua in cima al monumento al Frejus, nella magnifica piazza Statuto, a Torino. L’opera celebra il traforo ferroviario del Frejus.   Il tunnel, terminato nel 1870, ossia 150 anni fa, al momento dell’inaugurazione, 17 settembre 1871, era il più lungo al mondo con i suoi 13,636 metri. La galleria collega l’Italia, da Bardonecchia,  con la Francia, a Modane, ed è famosa in tutti i Continenti. Un lavoro ritenuto eccezionale data l’audacia tecnica, i tempi di realizzazione (appena 13 anni), la novità ed il ruolo che ebbe nello sviluppo economico e sociale dell’Italia.

Il monumento al Frejus venne inaugurato il 26 ottobre 1879, otto anni dopo l’apertura del traforo, con una speciale cerimonia alla quale partecipò pure re Umberto I. Se la realizzazione del primo dei grandi tunnel alpini entrò nella storia delle opere più coraggiose dell’Ottocento dell’Europa, anche il monumento che Torino volle dedicare agli intrepidi lavoratori, ha una originalità senza uguali. Si tratta infatti di una montagna a punta fatta di enormi massi pietrosi estratti durante gli scavi della galleria. L’opera nata da un’idea di Marcello Panissera di Veglio, presidente dell’Accademia Albertina di Belle Arti, fu realizzata da Luigi Belli che all’epoca aveva 35 anni (1844-1919). Obiettivo del monumento: immortalare l’enorme fatica di coloro che operarono per costruire il traforo. E bastano poche indicazioni per avere un quadro degli sforzi fatti in anni dove le tecnologie attuali erano addirittura inimmaginabili.

Il Genio alato della scienza,

L’idea di bucare la montagna venne lanciata nel 1832 da un imprenditore visionario nativo di Bardonecchia (Torino): Giuseppe Francesco Medail. Ma per anni non trovò sostenitori . Quando, finalmente, il progetto cominciò a trasformarsi in realtà, nel 1857, Medail non c’era più da tempo essendo morto nel 1844. A ordinare l’inizio dei lavori fu re Vittorio Emanuele II il 31 agosto 1854 con un finanziamento di 42 milioni di lire. Tre gli autori del progetto definitivo: Germain Sommeiller, Sebastiano Grandis e Severino Grattoni. I tre ingegneri prima di avviare gli scavi riuscirono a costruire e brevettare la perforatrice automatica pneumatica che consentì di accorciare i tempi di costruzione. Poi, nel 1857,  diedero inizio ai lavori. Dopo appena tre anni, la cessione della Savoia, nel 1870 alla Francia, rischiò di bloccare ogni iniziativa.  Ma l’intervento diplomatico di Cavour permise di continuare gli scavi. La trattativa lasciava agli italiani il compito di proseguire i lavori, mentre i francesi si impegnavano a versare 19 milioni di lire. Unica condizione: l’opera doveva essere pronta entro 25 anni. Con un premio per ogni anno sulla scadenza. Ma il traforo venne costruito in soli 9 anni dall’accordo, e in 13 anni totali. Un lavoro portato avanti senza sosta, da 4000 operai, tra innumerevoli difficoltà e problemi tecnici risolti quasi quotidianamente dagli ingegneri. Alla fine si contarono 48 vittime, 18 però uccise da una epidemia di colera scoppiata nel 1864.

I Titani

Il tunnel è ancora oggi  ritenuto un’opera ingegneristica di portata storica, all’avanguardia  a livello mondiale, considerata l’epoca di realizzazione.  Il monumento che a Torino punta a ricordarlo, è l’espressione di quasi tutto quanto ha permesso la costruzione del traforo. Dunque la scienza raffigurata dal Genio Alato in cima ad ogni azione; i massi pietrosi tolti dalla galleria e rappresentati a forma di montagna; i titani, ossia le figure maschile costruite in marmo bianco adagiati, sfiniti, sulle pietre, a significare gli sforzi di coloro che hanno lavorato alla realizzazione della galleria. Infine la vasca sottostante alimentata dall’acqua che sgorga dalla roccia a indicare le difficoltà, ma anche l’energia. Per i torinesi il monumento al Frejus “porta bene”. Del resto è uno dei pochi monumenti che nonostante i danni causati dal trascorrere del tempo, è passato indenne tra due guerre mondiali, incendi e bombardamenti. La struttura piramidale impedì che venisse coperto in modo abbastanza protettivo. Fortunatamente ha attraversato indenne le intemperie belliche. E pure quelle metereologiche. Anche per questo è ritenuto un monumento bene augurante per Torino e i suoi abitanti.

Author: Carola Vai

Laureata in Lingue e Letterature straniere, giornalista e scrittrice. Ha lavorato in varie testate tra le quali: “la Gazzetta del Popolo”, “La Stampa”, “Il Mattino” di Napoli, “Il Giornale” di Montanelli. Passata all’AGI (Agenzia Giornalistica Italia) dal 1988 al 2010, è diventata responsabile della redazione regionale Piemonte-Valle d’Aosta. Relatrice e moderatore in convegni in Italia e all’estero; Consigliere dell’Ordine Giornalisti del Piemonte fino al 2010, poi componente del consiglio di amministrazione della Casagit (Cassa Autonoma Assistenza dei Giornalisti Italiani) dove attualmente è sindaco effettivo. Tra i libri scritti “Torino alluvione 2000 – Per non dimenticare” (Alpi Editrice); “Evita – regina della comunicazione” (CDG, Roma ); “In politica se vuoi un amico comprati un cane – Gli animali dei potenti” (Daniela Piazza Editore).