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Dario Gedolaro

L’ “allarme democratico” lanciato da Enrico Letta non ha funzionato, gli italiani non gli hanno creduto e alla fine le previsioni si sono tradotte in realtà: il centrodestra vince le elezioni politiche con un largo vantaggio su tutti gli avversari, Pd, MS5, Azione. Se si guarda la cartina dell’Italia, divisa collegio per collegio, sia alla Camera sia al Senato è quasi completamente colorata di azzurro (dove il centrodestra è la coalizione più forte). Primo partito della coalizione Fratelli d’ Italia e, dunque, se gli alleati del centro destra manterranno le promesse fatte in campagna elettorale, Giorgia Meloni sarà il primo premier donna della Repubblica Italiana.

Giorgia Meloni

Come si è giunti a questo risultato elettorale? La prima considerazione è che il partito della Meloni si è avvantaggiato del fatto di non essere entrato nella grande coalizione che ha sostenuto Mario Draghi. Un atteggiamento ritenuto coerente – quello di chiedere di andare alle elezioni per dare la parola agli italiani – che ha pagato. Non solo, ma ha penalizzato i suoi alleati, soprattutto La Lega di Salvini, che perde terreno dappertutto e persino al Nord si è fatta superare da Fratelli d’Italia. C’è stato, secondo gli analisti, un travaso di voti all’interno del centro destra, da Lega e Forza Italia a Fratelli d’ Italia. La Lega paga le sue ondivaghe scelte politiche, in primo luogo l’avere tradito gli alleati del centro destra per andare al governo con i Cinque Stelle. E, poi, dopo aver fatto cadere questo esecutivo, esserci gettata nelle braccia di Mario Draghi, insieme al Pd. Gli elettori non dimenticano e non perdonano tanto facilmente certe giravolte.

Nel campo del centro sinistra il flop del Pd (e dei suoi alleati) è evidente, se si pensa ad esempio che nella stragrande maggioranza dei collegi uninominali delle storiche regioni rosse (Emilia Romagna, Toscana e Umbria) il centro destra ha preso più consensi della coalizione di centro sinistra . A livello nazionale il Pd scende sotto il 20%, che era ritenuto il limite minimo. Giustamente Enrico Letta è apparso abbattuto e sconsolato ed ha annunciato di non volersi più candidare a segretario. Sbaglia però Letta a tirare in ballo, per giustificare la sconfitta, l’impossibilità di attuare il suo progetto di “campo largo”, il carrozzone dove tutti sarebbero dovuti salire: da Fratoianni a Di Maio, da Conte a Calenda. Progetto politicamente innaturale e che – come ha sottolineato la sondaggista Ghisleri –probabilmente avrebbe danneggiato i Cinque Stelle, perché non avrebbero potuto avere le “mani libere” nel portare avanti i due cavalli di battaglia del Reddito di Cittadinanza e dell’Ecobonus 110%. Esserne diventati i paladini ha elettoralmente fruttato ed evitato una disfatta. Oggi si considerano i Cinque Stelle uno dei partiti vincenti, in realtà hanno solo limitato i danni, raggiungendo una percentuale di voti che è meno della metà di quelli raccolti nelle ultime elezioni politiche. Sono andati decisamente male al Nord, in chiaroscuro nel Centro e meglio al Sud, dove hanno superato il  centro sinistra in tutte le regioni, ma sono stati superati largamente dal centro destra. Quattro anni fa  erano i primi e avevano raccolto in queste regioni percentuali “bulgare” di voti.

Tornando al Pd, sarebbe ora che il partito facesse una seria riflessione sul suo futuro. La scelta imposta da Letta e cioè quella di farlo diventare un partito radicale di massa, scimmiottando i Democratici americani non ha pagato. Parlare un giorno sì e l’altro pure in difesa dei cosiddetti diritti civili (come se in Italia non fossero già abbastanza tutelati), mostrarsi favorevoli alla liberalizzazione delle droghe leggere, alla propaganda delle teorie gender nelle scuole, proporre il voto ai sedicenni ha creato sconcerto in buona parte dell’elettorato italiano, alle prese con ben altri problemi, dopo il Covid e dopo l’impennata inflazionistica causata dalla guerra Russo-Ucraina. Insomma, spostare il fulcro della propria azione politica dai bisogni reali della gente ai desideri (o ai capricci) non ha pagato.

Ora il centrodestra ha la responsabilità di non deludere il suo elettorato, di essere coerente con il proprio programma etico/politico, senza cadere nel populismo scassa-bilanci. E non ripeta gli errori di Berlusconi, che in passato per le sue intemperanze private ha gettato discreto sull’intera coalizione. Un leader non deve mai diventare una macchietta, questo Giorgia Meloni deve tenerlo ben presente. Sarà per lei dura, dovrà tenere la barra dritta e non scivolare in estremismi perniciosi per il Paese,  non entrare in confusione di fronte al bombardamento di critiche che le verranno rovesciate addosso dai mass media “politicamente corretti”, da quel mondo culturale finora egemonizzato dalla sinistra e dai leader “progressisti” europei. I primi segnali di quelli che potrebbero essere i toni dello scontro politico a livello europeo sono già arrivati. Ad esempio, subito dopo l’esito del voto la premier francese, Elisabeth Borne, ha teatralmente affermato: “Vigileremo sul rispetto di diritti umani e aborto in Italia”.

Author: Pier Carlo Sommo

Torinese, Laureato in Giurisprudenza, Master in comunicazione pubblica e Giornalista professionista. Dal 1978 si occupa di comunicazione e informazione nella pubblica amministrazione. Ha iniziato la carriera professionale presso la Confindustria Piemonte. Dopo un periodo presso l'Ufficio Studi e Legislativo della Presidenza della Regione Piemonte nel 1986 è diventato Vice Capo di Gabinetto e Responsabile Relazioni Esterne della Provincia di Torino Dal 1999 al 2020 è stato Direttore delle Relazioni Esterne e Capo Ufficio Stampa dell'ASL Città di Torino. Autore di saggi, articoli e ricerche, ha pubblicato numerosi volumi e opuscoli dedicati alla comunicazione culturale - turistica del territorio. È docente in corsi e seminari sui problemi della comunicazione e informazione presso le società di formazione pubbliche e private . Professore a contratto di Comunicazione Pubblica presso l'Università di Torino e Università Cattolica. embro del Direttivo del Club di Comunicazione d'Impresa dell’Unione Industriale di Torino, dal 2005 al 2008 è stato Vice Presidente. Presidente del Comitato scientifico di OCIP Confindustria Piemonte Membro del Comitato Promotore dell' Associazione PA Social, È stato Segretario Generale Nazionale dell'Associazione Comunicazione Pubblica e Istituzionale dal 2013 al 2020.